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LE CALLE
di Vittoria Ghevre-Jesus
 
 

Ho voglia di calle. Dopo essermi soffermata a lungo ad una bancarella del mercato colma di fiori e piante e dopo aver ammirato ed annusato mille corolle variopinte dal profumo inebriante sono tornata a casa abbracciando una pianta di calle: grandi, lucide foglie verdi e timidi fiori bianchi, semplici, eleganti, senza profumo.
Le mie calle.

Ho nostalgia delle calle. Di quelle che crescevano spontanee e rigogliose nella concessione di Ona Menassè, lungo le sponde del Mai Belà e sugli argini dei canali per l'irrigazione dei campi. E che mi divertivo a raccogliere, imbrattandomi mani e vestiti con il loro polline, bianco e leggero come borotalco.
C'era sempre un bel mazzo di calle ad illuminare il salotto della nostra casa.

Amo le calle. Mi parlano della mia infanzia e di soleggiate gite pomeridiane in concessione con papà: la felicità di respirare il profumo degli eucalipti, di raccogliere i frutti dagli alberi e di correre con i cani per la carraia scoscesa che portava alle stalle. Poi, con il sole ancora alto, via verso casa a bordo dell'amata "maggiolino", un po' accaldati e profumati di "campagna" ma appagati e silenziosamente affiatati e complici.
Con un bel mazzo di calle.

Ed è per questo che ho voluto che fosse un mazzo di calle, un piccolo mazzo di calle a fargli compagnia nel cimitero di Caselle dove riposa. Bianche, semplici, eleganti calle. Come quelle che crescevano ad Ona Menassè sull'argine del Mai Belà.
Amo le calle. Ho voglia di calle.

Vittoria

 
24 Maggio 2009



 
IL BATTESIMO DELL'ARIA
di Daniela Toti
 

Negli anni ‘50 la domenica pomeriggio di Asmara aveva delle mete ben precise: 11esimo da Baggio quaglie e polenta, Adi Ugri fragoline con la panna oppure funghi trifolati, secondo la stagione, al Dorfu per una gazzosa o aranciata (la Fanta nasce nel ’60 e la Sprite un anno dopo), a Valle Gnecchi per una merenda al sacco (il termine picnic era già più snob), una pizza al profumo d’origano al Laghetto, oppure tutti all’aeroporto a vedere gli aerei. Oggi può far sorridere, ma quante famigliole vestite a festa andavano la domenica pomeriggio all’aeroporto? Un buon numero davvero. E non erano forse i Fokker e i DC-6 i mitici eroi, le star, che ci facevano desiderare il battesimo dell’aria?

Fu con un quadrimotore a elica, forse uno di quelli con la fusoliera posteriore che rimaneva un po’ seduta, che nel 1960 lasciammo Asmara per la Rhodesia.

Papà aveva creato un’atmosfera di grande anticipazione sia per il viaggio che per la tappa che avremmo fatto a Nairobi, che includeva una visita al Nairobi National Park. Voleva così distogliere la nostra attenzione dalla malinconia che ci prendeva all’idea di lasciare Asmara, i nonni, gli zii, gli amici e Ametè che adoravamo. Il battesimo dell’aria fu quindi un asciugare una lacrima, consolandosi con la caramella offerta dalla hostess nell’elegante tailleur verde, allacciando la cintura di sicurezza nel completo assorbimento del decollo. Papà che sorridendo diceva: “Sollevate i piedi che adesso rientra il carrello!” e subito seguiva il rumore particolare sotto la carlinga, la hostess che arrivava subito dopo con una bibita... e la terra che dall’alto appariva tutta pezzata dalle differenti colture dell’acrocoro. Un disegno straordinario, ogni piccolo appezzamento aveva una forma diversa, sempre piuttosto rettangolari ma con le colture a righe ora orizzontali ora verticali, là anche un triangolo e un trapezio, tutti di tonalità differente nelle gradazioni del verde al giallo al marrone. Un magnifico mosaico, un incredibile patchwork. Recentemente, guardando incantata da un piccolo aeroplano gli atolli dell’oceano Indiano, dove le tonalità erano nelle gradazioni dell’azzurro e del blu, ripensavo proprio a quel mio primo viaggio e paragonavo i due paesaggi aerei, così diversi e così ugualmente incantevoli.

L’atterraggio ad Addis Abeba fu caratterizzato dal rumore del carrello in uscita: plock! e quindi un salto, e poi un altro e il rollio dell’atterraggio che placava il battito accelerato del cuore per la paura che quella sensazione sconosciuta ci aveva fatto provare. Il decollo successivo ci portava fuori dall’Etiopia verso il Kenia e il secondo atterraggio fu meglio vissuto, perché al rumore del carrello già sapevamo sarebbe poi seguito il rassicurante salto del contatto delle ruote con la pista di atterraggio.

Il Kenia fu un’esperienza affascinante. Era l’Africa del film Hatari e la musica di Henry Mancini, il coinvolgente Baby Elephant Walk.

Ma un’altra Africa ci attendeva proseguendo quel nostro primo viaggio in aereo. Il nuovo aeroplano doveva essere una novità assoluta, visto l’entusiasmo di papà. A riprova dell’eccezionale stabilità del veicolo durante il volo, ci fece vedere come una sigaretta appoggiata dalla parte del filtro poteva stare dritta in perfetto equilibrio sul tavolinetto di fronte la poltroncina del passeggero. Quest’aereo aveva sostituito le eliche con motori a jet: era il Boeing 707. Arrivati a Salisbury (oggi Harare) il viaggio non era ancora finito perché dovevamo raggiungere in macchina la nostra meta, una farm a nord ovest, vicino a Karoi, in direzione Kariba, la famosa diga progettata e costruita da italiani sul fiume Zambesi, che segna parte del confine con l’allora North Rhodesia, oggi Zambia.

La Rhodesia si propose a me bambina, stravolta dall’emozioni del lungo viaggio, come un posto dove avrei vissuto grandi avventure nella farm di tabacco. Paese che solo qualche anno dopo sarebbe diventato Zimbabwe, prendendo il nome da quella antica città che nel 1531 un capitano portoghese così descrisse: «Fra le miniere d'oro delle pianure fra i fiumi Limpopo e Zambesi c'è una fortezza fatta di pietre di incredibili dimensioni, e che non sembrano essere unite da malta...».

Ma la prima avventura da vivere e vincere sarebbe stata senza dubbio la comunicazione. Quando fu presa la decisione di partire, mamma si consultò con le Suore del Sant’Anna perché io potessi avere i primi rudimenti della lingua inglese e cominciai così a prendere lezioni di lingua da Suor Anna Rosaria, la stessa che caricava con grande energia le scolarette sul scuolabus blu dell’istituto. La ricordo con le mani ossute e nervose, una avvinghiata al tubo vicino alla porta del bus e l’altra che agguantava la nostra manina e ci catapultava a bordo con uno strattone sicuro.

L’avventura rhodesiana durò un anno, durante il quale vissi anche l’esperienza del Collegio, dove inizialmente avevo quale unico collegamento con l’universo che mi circondava un dizionario tascabile Hugo, italiano-inglese-italiano dalla copertina verde, che, preziosissimo come non mai, tenevo con me persino sotto il cuscino quando dormivo.

Fu poi deciso il rientro e fu senz’altro un’ottima scelta: mentre Joshua Nkomo cominciava a flettere le proprie ali politiche verso l’imminente vento dei cambiamenti, iniziarono episodi di violenza. Wind of Change lo chiamò MacMillan, Primo Ministro britannico, quando in visita in S. Africa nel '60 percepì quella che sarebbe stata la nuova forza della coscienza africana. Cominciarono i primi gravissimi attacchi alle farms dei bianchi. Si militarizzò il paese e tutti i bianchi furono richiamati sotto le armi. Il figlio del nostro socio, Fabio Falzoi, anche lui nato ad Asmara dove i suoi nonni avevano il negozio “79” prima della famiglia Reffo, fu reclutato come tutti i rhodesiani e fu ucciso in quella guerra saltando in aria su una bomba del fronte di liberazione. Fabio aveva appena 20 anni.

Ma quelli erano già gli anni '70 e noi eravamo andati via per tempo.

E fu il volo del ritorno, che però affrontai questa volta da veterana, a riportarci felici alla nostra Asmara, dai nonni, dagli zii, dagli amici, da Ametè e forse anche da Suor Anna Rosaria!

D.

 
13 Agosto 2009



 
LETTERA A UN… SOLDATINO
di Franco Caparrotti
 

"Ho tanto desiderio, questa sera - di scrivere una lettera a qualcuno - e fra gli amici della primavera - al mio più caro amico scriverò".
A questo punto dovrei continuare con:

"Carissimo Pinocchio
amico dei giorni più lieti
di tutti i miei segreti
che confidavo a te…"

Questo però, lo lascio fare alla Cinquetti o agli altri bravi cantanti che si sono cimentati all'occorrenza. Personalmente non ho la voce adatta. Comunque nessun toglie che è veramente una bellissima canzone, ci ha tenuto compagnia durante la nostra infanzia insieme all'eccezionale libro di Carlo Collodi, "Le avventure di Pinocchio", che Fra' Iginio ci leggeva puntualmente, un capitolo al giorno, durante gli anni delle elementari. Il caro Pinocchio però non era l'amico dei nostri giochi: durante la lettura ci faceva sì navigare con la mente, ci immedesimavamo nel suo mondo e quante altre fantasticherie, ma il vero compagno di gioco (e spero che molti ne convengano) era il nostro caro soldatino di plastica dura (il polistirene per intenderci).
Poteva essere l'indiano "Apache", "Comanche", "Cherokee" o "Sioux", oppure il soldato "nordista" che lo combatteva. Lui e i suoi simili erano i nostri amici e compagni di giochi. I nostri eroi, i nostri nemici. A lui, o a loro, voglio dedicare questo mio breve pensiero.
Tornati a casa dal doposcuola, immediatamente, con il compagno di turno, s'ingaggiavano battaglie tra pellirossa e nordisti. A sorte si era delle volte da una parte oppure dall'altra. Era rievocata la battaglia di Little Bighorn, dove Geronimo con i Sioux, i Cheyenne e gli Arapaho, sconfiggeva il Settimo Cavalleggeri dell'esercito americano del Tenente Colonnello George Custer. Si piazzavano i soldatini in punti strategici, quindi s'iniziava. Dal soprammobile l'"Apache" colpiva con una freccia il soldato blu nascosto dietro la gamba del divano. Da dietro il giradischi, un altro soldato vendicava il compagno sparando all'indiano dietro al soprammobile. Cosi via, per un paio d'ore. A volte la mamma ci mandava fuori in giardino all'aria aperta, c'erano più spazio e più nascondini. Per noi il gioco era dispersivo e allora di nuovo dentro.
Puntualmente il giorno successivo erano i soldati blu a rivendicare vittoria e si ricordava il massacro di "Wounded Knee" dove tutti i Sioux, "Guerrieri, squaw e bambini", furono uccisi. Abbiamo ricordato questi due battaglie ma nell'epopea del Far West troppe ce ne sono state. Comunque erano sempre loro i nostri soldatini a tenere banco e ad accompagnarci nei nostri giochi pomeridiani.
Com'erano proiettate nuove"saghe" di film, che fossero battaglie romane, guerre di successione, invasioni barbariche o altro, c'era sempre lui, il soldatino dell'occasione.
Ora il piccolo, caro e vecchio soldatino è diventato un pezzo da collezionista, bello colorato (dipinto a mano), non più vivo come una volta, pronto a giocare con noi.
Quando vedo la pubblicità dei soldatini a beneficio dei collezionisti, mi viene una stretta al cuore e i miei ricordi vanno a ritroso nel tempo e rivivo per un attimo quei magici momenti vissuti con il soldatino. Cosi, almeno la penso io, riacquista un po' di vita e insieme sorridiamo come per intesa.
A questo punto, non me ne abbia Pinocchio, non voglio togliergli gli allori che si merita o essere accusato di plagio, lasciatemi finire con queste note:

Carissimo.. Soldatino
amico dei giorni più lieti
con tutti i miei segreti
resti ancor
nel mio cuor
come allor…

Franco Caparrotti

 
22 Agosto 2009
 



ASMARA, 2009
di Vittoria Ghevre-Jesus

UN INCONTRO

Ultima sera ad Asmara: l'aria è frizzante e c'è anche un po' di vento. Si cena presso un bel ristorante in zona Expo con cucina tipica e spettacolo di balli tradizionali. Si respira aria di partenza e gli animi sono già un po' tristi per il tempo che è volato via veloce, troppo veloce, e che domani ci porterà lontano da qui.
Usciti dal locale per prendere una boccata d'aria in attesa del rito del caffè, veniamo avvicinati da uno degli uomini in impermeabile scuro e berretto che sostano davanti all'ingresso del ristorante. Ci osserva cercando il nostro sguardo e la nostra attenzione e sorride mentre ci chiede in perfetto italiano se Asmara ci piace e perché siamo lì. Siamo venuti in vacanza, rispondiamo, Asmara è sempre bellissima per noi, perché siamo asmarini, siamo nati qui. L'uomo in divisa è sempre più interessato e curioso e dice che non è possibile perché lui conosce tutti gli asmarini, tutti quelli che sono nati qui. E allora basta un nome, un cognome, e gli sfugge un grido e ci stringe in un forte abbraccio mentre le lacrime gli scendono irrefrenabili dagli occhi attoniti e sinceri. "Sono Aftom", dice piangendo, "sono Aftom, non ricordate? Vi vendevo le "mastiche" per strada quando eravate ragazzi"!!!

Adesso siamo noi, ancora increduli, che lo abbracciamo forte e con gli occhi lucidi. Aftom!! Che emozione e quanti ricordi!! E cerchiamo di rivedere in questo uomo dal viso appena un po' segnato dal tempo, il ragazzo di allora: allegro, esuberante, intraprendente. Anche noi eravamo ragazzi e suoi clienti abituali, talmente affezionati che veniva a fare le consegne anche a casa: suonava il campanello delle nostre rispettive abitazioni per un "ciao" e per offrirci le sue ultime mercanzie, i chewing-gum alla cannella dalle inconfondibili confezioni rosse, le mie "mastiche" preferite, rimediando per questo anche una mancia extra. Onnipresente come il prezzemolo, era la nostra "guardia del corpo" durante le interminabili "vasche" sul corso, efficiente come una stazione radar o un attuale i.Phone, perché sapeva sempre tutto e i movimenti di tutti: amici, parenti, professori, e ci teneva aggiornati su questo e su quello e seguiva con attenzione e solerzia ciò che succedeva nel nostro microcosmo fatto sì di scuola e studio ma anche, soprattutto nel periodo estivo, di amici, incontri, festicciole in case private o presso il C.U.A., innamoramenti, corse in moto, una pizza o un gelato, un cinema. Con la battuta pronta e il sorriso sornione, era sempre pronto ad unirsi alla nostra allegra brigata per stare in compagnia e rimediare qualche soldo, una coca cola, una pizzetta.
Lui ricorda perfettamente ogni minima cosa: dove abitavamo, quanti eravamo in famiglia, quali erano le nostre abitudini. Ha stampato nella mente ogni particolare di quegli anni spensierati e felici e li ricorda, come noi del resto, con nostalgia.
Ora ha quasi cinquant'anni e sei figli e dopo una vita di sacrifici e di lotta ha un lavoro dignitoso come guardiano-buttafuori. Ci dà notizie anche del suo amico-collega Alem con un dente d'oro, e del piccolo Brahanè, anche lui piccolo "masticaro" di strada e mascotte della "categoria": pare che abbia fatto fortuna in America.
L'aria della sera è sempre più pungente, vorremmo fermarci ancora un po' a parlare con Aftom ma il dovere lo chiama e anche per noi è l'ora del "bun" all'interno del locale.
Impregnati di aroma di caffè ed incenso ci apprestiamo a tornare in hotel, domani sarà una giornata pesante per le ultime cose da sbrigare e per il viaggio che ci aspetta.
Con l'autorità che la divisa gli conferisce, Aftom ci chiama un taxi, è il momento dei saluti. No, non degli addii, ma degli arrivederci. Arrivederci, Aftom, vedrai, torneremo presto a riprendere la nostra bella chiacchierata interrotta, è una promessa.

Vittoria

 

 
L'A.T.A.

Mentre a bordo di un taxi giallo percorriamo la strada sterrata color mattone, sento già una morsa allo stomaco. Mi guardo intorno, ma un velo di nebbia che improvvisamente mi è calato sugli occhi mi impedisce di mettere a fuoco il paesaggio che scorre veloce. Intravedo le sagome alte e ondeggianti degli eucalipti che costeggiano la strada e nel silenzio sento il fruscio delle foglie e percepisco il loro profumo penetrante e così familiare.
La scritta A.T.A. spicca ancora all'ingresso.
Il taxi parcheggia all'ombra degli alti eucalipti e ci aspetta.
Di fronte a noi il "muro": sempre uguale, anche se ora un tantino più sbrecciato; il recinto è stato sostituito da un alto muretto. Due ragazzini palleggiano allegramente. Li guardo sorridendo e mi rivedo bambina quando, palleggiando a questo stesso muro, avrei voluto, per amore di papà, scoprirmi una "promessa" del tennis, appassionata e dotata come lui, ma i miei "dritti" e "rovesci" finivano per essere delle improbabili anche se divertenti "cacce al tesoro" alla ricerca della pallina nell'adiacente boschetto!!

Varchiamo la soglia. All'ingresso, sulla destra, c'è il medesimo specchio con la pubblicità di un vermut e, oltrepassata la porta a vetri, ci ritroviamo in tribuna. Scendo i gradini e guardo i tre campi di terra rossa: perfettamente uguali e immobili come se il tempo per uno strano incantesimo si fosse fermato. Il velo sugli occhi è ora qualcosa di più di una nebbia sottile e non riesco neppure a rispondere al saluto di un signore gentile che dal primo campo mi viene incontro e mi chiede come sto. Mi abbraccia commosso quando gli dico chi sono, lui ricorda perfettamente il dottor Amleto, "Baffino ", sempre in campo, sul primo campo: l'A.T.A. era per lui una seconda casa. Lo ricorda con riconoscenza e ammirazione perché "Baffino" gli ha insegnato a stare in campo e a diventare un bravo giocatore. Ha un nitido ricordo delle belle partite e dei tornei con le "vecchie glorie" dell'A.T.A. e mi chiede notizie di Ostini, Granara, Pedinelli con la figlia Giovanna e gli innumerevoli altri che hanno fatto parte della sua vita di ragazzo, perché quel signore gentile che mi conforta è Lumumba, allora giovane giocatore dotato e promettente, ed ora allenatore e tutto fare del Tennis Club.
Ricorda tutto e tutti con nostalgia, Lumumba, ed è consolante per me sapere che il mio caro papà sia rimasto nel cuore e nella mente anche qui a Bet Gherghis, un luogo che amava tanto.
I campi sono lì davanti a me, spartani ma dignitosi e ben tenuti e mi sembrano bellissimi anche se troppo vuoti e silenziosi.
Mi giro a guardarli ancora una volta attraverso la rete.
Il taxi giallo è sempre lì che ci aspetta, all'ombra degli eucalipti.

Vittoria

 

2 Settembre 2009
 

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