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Le mani nel cassetto del Chichingiolo
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CHEZ LE COIFFEUR
 

     
Carissimo Lord Kikki,
qualche giorno fa ho colto in TV una notizia-curiosità, che mi ha fatto riflettere sull’eccellenza dei mestieri, cosa che sento stia tristemente scomparendo.
Dal 1980, quando il terremoto dell’Irpinia lo distrusse, il paesino di Apice è un paese fantasma con un solo abitante attivo: Tommaso, barbiere di 72 anni che, amando in egual modo il suo lavoro e il suo paese natio, ha tenuto aperto il suo salone,
nonostante.
Si parlava proprio di scrivere sul mestiere dei barbieri e dei parrucchieri nobilitato da professionisti capaci e dedicati come quelli che avevamo ad Asmara, vero?
Allora ho pensato a chi aveva davvero amato il suo mestiere come Tommaso di Apice e ho chiesto aiuto a chi poteva raccontarci il suo eccezionale papà.
Con la fortuna che spesso ci arride, ci è stato regalato uno splendido omaggio al barbiere degli sportivi ... il più sportivo dei barbieri di Asmara.

D.
     

     
IL PIU'... BARBIERE

Era un grande parrucchiere: il migliore. Tagliare i capelli dei suoi clienti, nientemeno "scolpendoli" che con il rasoio, costituiva la dimostrazione evidente di quanto la sua "arte" facesse la differenza con tutto il resto... del mondo. Era orgogliosamente un "parrucchiere", un figaro magistrale apprezzato da tutti coloro che lo andavano a trovare in via Lorenzini, poi via Hailemariam Mammò vicino al Bar Oriente. Un artista del capello che sapeva comunicare con i suoi clienti con grande tatto e con grande intelligenza e che sapeva incantare i bambini con le sue storielle e le sue gag.
Un grande lavoratore che amava Asmara ma che non aveva mai scordato Decamerè dove aveva iniziato a lavorare appena arrivato in Eritrea e dove era rimasto sino al 1951. A lunedì alterni e fino a quando gli eventi glielo permisero, Decamerè era il luogo dove ritornava per lavorare e per incontrare gli amici al bar-ristorante Bologna. Poi il sogno di Elaberet dove incontrava tanti amici anche lì portando la sua arte.

Era un grande attore: il migliore, capace perfino di stupire il regista alla prima di uno spettacolo come "Processo a Gesù" di Diego Fabbri quando si presentò sul palco con i capelli tinti di rosso recitando il ruolo di Giuda così come non aveva mai fatto durante le prove (come si scatenarono i critici in quell'occasione!!!). Era meticoloso fino all'ossessione quando studiava un nuovo copione: dopo le sue dieci ore di lavoro in bottega, la sera, davanti allo specchio provava e riprovava le sue battute, i suoi movimenti, modulando toni e tempi per cercare la battuta giusta, l'effetto che lui voleva tirar fuori da quella battuta. Andava orgoglioso della medaglia d'oro ricevuta dall'Imperatore in occasione della prima in Addis Abeba della commedia di Eduardo De Filippo "Filomena Marturano". Ricordava di aver lavorato con Anna Maria Miserocchi, con Folena, con Alfieri e Magherini, con Storelli e molti altri. In una parola era fiero di aver fatto parte come attore e come truccatore della mitica Filodrammatica di Asmara e comunque di quel mondo meraviglioso che l'Eritrea aveva saputo esprimere nel campo della cultura teatrale. Ricordava spesso Remo Girone in "braghette corte" come lui diceva.

Era un grande cacciatore: il migliore. Con un istinto ed una capacità di muoversi, assieme si suoi pointer, sui terreni difficili delle gole di Mai Serao, o sulla piana del Topolino o sulla piana d'Ala che mi ha sempre meravigliato. La sua passione erano le Starne, i Galli di Montagna e talvolta i francolini. Non catturava né lepri né tanto meno sasà, dik-dik o antilopi. Rinunciava alle galline faraone richiamando i cani: "troppo facile fare carniere con quelle" diceva. E il carniere non era certo ciò che cercava di ottenere da una passione che era tutta concentrata sull'abilità di scovare e sulla soddisfazione di veder alzare quei volatili che lui prediligeva. Ricordo le scarpinate dietro di lui e il suo ammonimento a non bere per non essere preso dalla sete in quel caldo torrido dell'altopiano; acqua per i cani però, sempre pronta!

Era uno sportivo: amava il calcio e attorno a quel mondo aveva saputo muoversi con attenzione e passione soprattutto negli anni vissuti a Decamerè.

Aveva partecipato alla guerra arruolandosi nel 1940 a 32 anni come volontario e venne aggregato al battaglione Alpino Uork Amba con il quale aveva combattuto sul fronte sud dell'Etiopia dove, a Soddu, venne fatto prigioniero. Riuscì a scappare dal campo di concentramento di Shashamanna e a ritornare con un viaggio in mezzo a sacchi di merce su di un camion di amici, a Decamerè. Mi raccontava che in quel campo di concentramento aveva trovato un suo cugino che non se la sentì di scappare con lui e che rimase in prigionia per molti anni in India da dove ritornò disabile su di una carrozzina. Mi raccontava delle ultime azioni belliche cui aveva partecipato a Soddu prima della resa, di un ponte che aveva contribuito a minare e a far saltare. Molti anni dopo, recandomi a Billate per lavoro, ritrovai quei luoghi che mi aveva descritto e quel ponte privo dell'arcata centrale ancora lì a ricordare eventi tristi e lontani.

Ha lasciato l'Eritrea costretto dagli eventi, e con grande angoscia, perchè amava quella terra e gli eritrei. Voleva tornarci, ma quando si decise era ormai troppo tardi: le condizioni fisiche non glielo permisero. Aveva ripreso a lavorare in Asiago. Aveva ripreso a frequentare il suo "roccolo" che era diventato mito e ossessione dei suoi clienti asmarini quando parlava loro del suo paese natale. Ma Asmara, Decamere, Mai Serao, Elaberet .... erano divenuti a loro volta, l'ossessione dei suoi clienti asiaghesi.

E' stato un grande papà. Ha saputo sacrificare tutta la sua vita per far crescere i propri figli barba dopo barba, shampoo dopo shampoo, senza mai chiedere nulla di impossibile, senza lasciarti solo e privo di un suo incoraggiamento, di una sua battuta capace di sdrammatizzare situazioni che a noi figli sembravano talvolta insormontabili. Ci ha insegnato i valori del rispetto e dell'onestà, il senso di appartenenza ad un popolo ma anche ad un mondo composito fatto di culture diverse e ricche ognuna di valori propri e perciò preziosi. Ci ha insegnato di avere coraggio e fiducia. L'impegno nel lavoro. Il senso del sacrificio. In una parola ci ha insegnato ad essere uomini liberi. Tutto ciò in un clima che non aveva nulla di sdolcinato né di scontato.

D'altronde "Meneghin" (così era chiamato dagli amici più stretti) era un uomo di carattere e, come sappiamo, tutti gli uomini di carattere hanno un ... "brutto" carattere. E tuttavia il sorriso che mi ha donato prima di lasciarmi per il paradiso, fatto più con gli occhi che con le labbra, resta dentro di me come il segno rivelatore di una vita di amore che ha saputo donare a tutti e la testimonianza della sua grande immensa bontà con la quale ha saputo attraversare tutti i suoi 79 anni di vita in italia ed in eritrea: le sue terre.

Antonio Lobbia

     

     
IL BARBIERE DI SIVIGLIA (scusate, di Asmara)

Quand'ero piccolo, una delle cose che detestavo di più era quella di andare dal barbiere. Immancabilmente era un rito cui mio padre mi sottoponeva una volta al mese e ogni qualvolta me lo diceva, erano pianti inutili. Anzi, dovevo obbedire ed essere ordinato. Il mio barbiere era Mario Mastropaolo, padrino di mia sorella Anna ed aveva il negozio (oggi diremmo atelier) in Via Dalmazia, poco prima o dopo l'Hotel Capri.

Le prime volte ero messo su un seggiolone e quindi lO"zio" cominciava con "il supplizio di Tantalo" almeno per me lo era.
"Abbassa la testa, se no te la taglio, non ti muovere o rimani senza orecchio" e cosi via per tutta la durata del taglio. Poi veniva il peggio quando passava il rasoio che puntualmente arrotava sulla cinghia posta al lato della sedia prima di passarlo sulla pelle. Ero terrorizzato (mi ero tagliato diverse volte con la lametta di papà quando incidevo gli steli d'erba per farli diventare flauti. e sapevo il dolore che procurava) non solo per il taglio ma poi quando passava con il disinfettante, vedevo le stelle a mezzogiorno.
Quando però uscivo tutto bell'imbrillantinato con l'immancabile brillantina "Linetti" e tutto profumato tiravo un sospiro di sollievo e mi sentivo un altro.

Con il passare degli anni, impari a conoscere e rispettare il duro mestiere del barbiere; ti adatti alla loro pazienza e cerchi di assecondare le loro richieste. Dopo la partenza dello zio Mastropaolo, il mio secondo barbiere (non ricordo il nome) è stato il barbiere che aveva il negozio dove poi Fantozzi aprì il centro "Butangaz", praticamente di fronte a Di Cagno.
La visita mensile dal nuovo barbiere era più piacevole, uno perché ero più cresciuto, due mi teneva sempre le figurine dei calciatori che uscivano settimanalmente su Gente e infine a Natale, ricevevo pure il Calendario profumato dei calciatori (per l'altro, non avevo ancora l'età).
A questo punto voglio raccontarvi una storia per certi versi un po' buffa.
Era il '68 ed in tutto il mondo si registravano le varie contestazioni giovanili, l'era degli Hippies, ecc. ed anche Asmara ne fu contagiata parzialmente. Si vedevano più che altro capelloni, abiti un po' forgianti, e addirittura qualche compagno di scuola si poteva permettere le "meches" o come direbbero ora le mie figlie i cosiddetti "colpi di sole". Un pomeriggio andai da mia madre che era dal parrucchiere "Gianni e Gina" per chiederle di comprarmi qualche cosa. Sapevo che quando era sotto il casco era più facile chiedere e ottenere, poi mi appassionava molto sentire le varie arie operistiche cantate da Gianni.

Quando ero li, mi si è accesa la classica "lampadina" ed ho chiesto ad una delle assistenti se poteva farmi un favore piccolo, piccolo. Senza indugiare mi chiese cosa volessi e prontamente le chiesi di passarmi, con un batuffolo di cotone, un po' di acqua ossigenata sui capelli. Mi raccomandai di limitarsi a farlo solo su un ciuffetto davanti. Così fece ma ahimè il risultato fu letteralmente disastroso. Avevo chiazze bionde sparse un po' dovunque. Io stesso mi vergognai della situazione e corsi dal barbiere per tagliare i capelli il più possibile. Non cambiò molto, non sapevo che pesci prendere e come presentarmi a casa. Alla fine con l'aiuto di mia sorella evitai il peggio, però non potevo presentarmi a scuola in quelle condizioni. La soluzione venne a mio cognato: radermi a zero, alla "Yul Brinner". A malincuore dovetti cedere e cosi imparai la lezione senza dover però indossare il cilicio della vergogna.

Giunta la maggiore età dove potevo decidere cosa fare, dove andare, cambiai subito barbiere, uno più moderno, dove andavano anche gli altri. Da "Giuseppe" di fronte l'Albergo Italia. Ci si ritrovava lì non solo per tagliarsi i capelli, o la barba o lo shampoo ma anche per passare piacevolmente con gli amici un'ora. Si giocava puntualmente alla "Morra cinese" e chi perdeva, doveva pagare da bere a tutti.
Da allora il mio approccio con il Figaro' dell'occasione è diventato un momento di piacevole relax a cui non posso mancare, anzi lo sento come bisogno fisico e estetico.
Allora bravi i nostri barbieri di Asmara, voi sì che eravate dei "Figaro'" con la F maiuscola..

Franco Caparrotti

     

     
CHIOME
Chiome nere, rosse, bionde, castane, dalle tonalità e tipologie più svariate: chiare o scure, opache o lucide, lisce o crespe, folte o rade.
L'insoddisfazione per la chioma ereditata costituisce spesso il comune denominatore che lega molte di noi, con qualche rara eccezione naturalmente, perché in genere chi ha i capelli lisci li vuole ondulati, chi li ha ricci li vuole lisci, chi li ha castani tende a schiarirli, chi li ha scuri li preferisce corvini con riflessi blu notte. Tocca, quindi, ai parrucchieri e parrucchiere tentare di cambiare, almeno temporaneamente, quanto ha elargito madre natura.
Così la parrucchiera, prima nei panni dell'alchimista, miscela con precisione il colore con il reagente chimico e il liquido fissante, poi, impugnate le armi del mestiere, incomincia a sforbiciare, facendo cadere le ciocche di troppo, accorciando, sfoltendo, aggiustando, pareggiando, infine con il pettine, spostandosi con la leggerezza di una ballerina da un lato all'altro della poltrona dove siede la cliente, della quale incontra lo sguardo di approvazione riflesso sullo specchio antistante, ritocca, rifinisce, aggiusta con colpi veloci e precisi della spazzola che si sposa al calore del Föhn, con il supporto occasionale della piastra e quello costante del casco, e voilà si approda al look finale.

A proposito di caschi, come non ricordare quelli antidiluviani che non avevano né il calore ben calibrato, né tantomeno la visiera di plastica che sollevandosi permetteva di avere più spazio, quindi le clienti "imbigodinate" si trovavano strettamente incastrate dentro la calotta metallica a subire il martirio della cottura tra il generale sventolio di riviste trasformate in ventagli per l'occasione; piccolo sacrificio per apparire diverse, più attraenti e alla moda.
C'è da ammettere che nel corso degli anni anche i prodotti usati dai parrucchieri si sono raffinati moltissimo, le migliorie graduali ma costanti delle loro componenti, infatti, li hanno resi senza dubbio meno dannosi e hanno permesso di ottenere dei risultati davvero brillanti. Basterebbe mettere a confronto la permanente odierna dall'ondulazione morbida e naturale con quella di una trentina o più di anni fa, quando la capigliatura veniva arricciata sì, ma spesso ne usciva così devitalizzata da somigliare ad uno scampolo di vello caprigno.
Il motore primario, comunque, rimane ora come sempre, la moda che si impone e l'imitazione che inevitabilmente la segue. Da qui le ondate di teste "cotonate" degli anni '60, alcune più imponenti di altre per dimensioni ed altezze ragguardevoli, seguite dalle capigliature "afro" quando faceva la parte del leone chi aveva i capelli naturalmente crespi perché bastava li tagliasse corti e li pettinasse con quei pettini dai denti larghi, come quelli usati da certe tribù del bassopiano, per ottenere una massa cespugliosa davvero invidiabile che invano le permanenti più drastiche cercavano di imitare. Restavano intramontabili i tagli "alla maschietto", sempre attuali quelli "alla francese" e, con alti e bassi, la frangia "alla Cleopatra", alcuni decenni più tardi ribattezzata "alla Cher", a riprova che le mode, come i corsi e ricorsi storici vichiani, si ripetono. Allora, non essendoci il supporto della televisione, l'ispirazione veniva dalle foto di dive e cantanti riportate sui rotocalchi italiani che andavano a ruba appena arrivavano dall'Italia con cadenza settimanale e che si sfogliava avidamente, commentandone le immagini, facendole circolare tra parenti e amiche finché, passando di mano in mano, si riducevano in carta straccia.

Ricordo in particolare la "febbre da permanente" che ad un certo punto colse le amiche di mia madre. Tutto iniziò nel corso di uno dei tanti pomeriggi domenicali quando abitualmente i miei genitori e la loro cerchia di amici si riunivano in casa dell'uno o dell'altro per fare "quattro salti" e stare in compagnia. Così, mentre noi bambini ci scatenavamo a correre e saltare in giardino e gli uomini si riunivano in veranda a fumare, a parlare di caccia e di eventi sportivi, le signore, invece, chiacchieravano sedute in salotto o nella sala da pranzo, per l'occasione sgomberata del tavolo e con le sedie disposte tutte intorno per permettere alle coppie, che lo volessero, di ballare sull'onda delle note della canzonetta di moda che fuoruscivano dal giradischi nuovo, fiammante a tre velocità che troneggiava in un angolo e che, meraviglia delle meraviglie, funzionava elettricamente. Erano gli anni in cui si dava un addio definitivo al vecchio e glorioso grammofono a 78 giri e alla manovella che si faceva girare per mantenere il disco ad una velocità costante.
Quel pomeriggio, però, la musica veniva pressoché ignorata perché l'attenzione soprattutto delle signore era concentrata sulla padrona di casa che invece della solita chioma che portava liscia sulle spalle con la divisa in mezzo e due pettinini per tenere al loro posto le ciocche laterali, sfoggiava una massa di ricciolini minuscoli e così strettamente arricciati da sembrare finti. In più, tanto era il quantitativo di 'fissatore' che li ricopriva che anche una tromba d'aria non li avrebbe mossi di un millimetro.

Come era prevedibile, immediatamente scoppiò fra le signore la febbre dell'imitazione, così la settimana successiva al posto delle chiome lisce o ondulate spuntarono svariate testoline ricce, alcune più di altre, e fin qui le cose sarebbero anche andate bene. I problemi nascevano quando a fare la permanente non era una persona pienamente qualificata, per cui un po' per l'incompetenza e talvolta per la qualità scadente dei prodotti impiegati, il risultato poteva essere disastroso e, in casi estremi, la cliente finiva per esibire una capigliatura ispida come un porcospino e secca come paglia bruciata dal sole.
Non sempre aveva migliore fortuna chi al posto della capigliatura crespa sognava un manto morbido e liscio perché anche in questo caso se la crema non era di buona qualità e dosata con criterio, la vittima usciva dall'esperimento con la chioma simile ad un casco plastificato, incollato alla cute con le ciocche laterali che anziché poggiare sulle spalle stavano rigide e tese come scopini spennacchiati.
Recarsi dal proprio parrucchiere era per molte un rito dalla cadenza settimanale e, salvo occasioni eccezionali, la più alta concentrazione si aveva di venerdì oppure di sabato in preparazione della domenica. Se poi si profilavano eventi straordinari, quali comunioni, cresime o matrimoni, alla clientela solita si aggiungeva quella straordinaria e l'affollamento era assicurato.

La bravura dei parrucchieri e delle parrucchiere, allora come ora, non consisteva solo nella capacità di maneggiare al meglio le varie capigliature, ma anche di capire se la cliente era riservata oppure ciarliera.
Nel primo caso, l'iniziativa di intavolare una qualsiasi conversazione, tanto per colmare il silenzio, ricadeva tutta sulla parrucchiera che lanciava, ma senza insistere troppo, piccoli commenti generici sul tempo, oppure sul film che l'Impero o l'Odeon proiettavano o sulle notizie riportate dalle riviste italiane.
Nel secondo caso, invece, se la cliente parlava a ruota libera, la parrucchiera doveva solo assecondarla con qualche battuta qui e lì, meglio ancora se venivano coinvolte anche le signore sedute vicino perché ne poteva scaturire un vero e proprio scambio di idee e spesso anche di... ricette. Un volta, ricordo, le clienti si schierarono, in numero uguale, pro e contro l'uso della noce moscata nella preparazione di un certo piatto, un'altra volta vinse lo schieramento che sosteneva l'impiego di una punta di liquore marsalato al posto del semplice vinello per rendere più gustosa la pietanza in discussione. Insomma, nascevano dei dibattiti molto divertenti e anche istruttivi che facevano volare il tempo e ci si ritrovava, senza saper come, con la capigliatura rifatta e nuove ricette scribacchiate in fretta sul vecchio e fedele taccuino, tutte da provare.
La parrucchiera, dopo il confessore e il medico, diventava spesso la depositaria di confidenze e se esisteva una certa familiarità con la cliente elargiva anche consigli ed esortazioni tanto che, con il passare degli anni e con la semplicista e spontaneista tipiche del nostro Paesello, da un iniziale rapporto strettamente professionale sfociava un'amicizia affettuosa, duratura e speciale.

Elvira R.

     

 
14 Aprile 2010
 
 

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