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QUELLE DELLA YAMAHA E… DELLA KAWASAKI
di Vittoria Ghevrejesus
 
o O o

Mancano un paio di giorni alla mia partenza per Stati Uniti e Messico e sono alle prese con le ultime commissioni e con i bagagli… Arriva una e-mail da Anna: "… perdonami se arrivo sempre all'ultimo minuto… ricordi quelle foto scattate nel mio giardino ad Asmara… io, te e Marilisa con le nostre moto…? Le ho ben stampate nella memoria, ma le ho cercate dappertutto e non riesco a trovarle, tu le hai senz'altro… Vorrei fare una sorpresa a Marilisa e portargliene una, la più bella, ingrandita ed incorniciata, in ricordo dei bei tempi e della nostra grande amicizia". Trovo l'album, lo sfoglio… ecco le foto scattate nel giardino di casa Matteoda in un caldo pomeriggio estivo… noi tre con le nostre fiammanti e amate moto: la mia Yamaha trial 100 color senape e la Kawasaki 100 da cross di Anna color rosso-arancio con strisce in contrasto…
Era il 2 giugno 1972, avevamo poco più di 16 anni!
Eravamo… quella della Yamaha e quella della Kawasaki!

o o O O o o

Non era stato semplicissimo farsi regalare la moto dai nostri genitori… Io avevo fatto leva sui buoni risultati scolastici e sull'amore di papà per i motori… Anna invece ricorda ancora con grande tenerezza le parole pronunciate da mamma Virginia: "… non l'avrai mai finché io sono in vita…"! Ma la settimana dopo suo papà Alberto l'aveva accompagnata, sornione, da Pastacaldi per l'acquisto dell'oggetto del desiderio!
Che gioia e che sensazione di libertà scorrazzare in sella alle nostre moto lungo i bei viali del centro di Asmara, la strada per l'aeroporto, le stradine sterrate dalle parti delle "antenne" e i boschetti di eucalipti della nostra concessione agricola!!

o o O O o o

Al mattino Anna passava a prendermi sotto casa, il suo arrivo era preannunciato da un rombo acuto e scoppiettante ed una scia di fumo scuro, addosso una casacca militare tinta di nero con il simbolo della pace ricamato sul taschino, un basco di panno verde per proteggere i lunghi capelli dall'aria frizzante del mattino e dai fumi olezzanti della Kawasaki, ed una tracolla piena di libri.
In sella ai rispettivi "bolidi" raggiungevamo il Liceo Martini nella nuova sede vicino al cinema Capitol e il breve percorso insieme era occasione per scambiare due parole sulle interrogazioni e sui compiti che ci attendevano e per fare due risate con naturalezza e complicità.
Nel pomeriggio, dopo esserci trovate a casa di uno o dell'altro compagno di scuola per i compiti, un paio di "vasche" lungo viale Roma o viale Hailè Sellasiè e poi un salto all' American Bar da Smanio per un'"indiana", una pizza sottile con il "caria" piccante, buonissima. Al sabato, finite le lezioni, una puntata (sempre a cavallo delle moto) al bar Royal con gli amici di scuola per una birretta scura con mezzè, e nel pomeriggio un cinema sempre con la combriccola, o… massimo dei massimi, una bella festa a casa di questo o quello, in attesa del pomeriggio domenicale al CUA dove si ascoltava la musica, si ballava, si sognava.

o o O O o o

Mitica era stata una vacanza a Massaua con la moto; io non avevo ottenuto il permesso di portare la mia Yamaha, Anna invece aveva fatto tutto il viaggio Asmara-Massaua in sella alla sua Kawasaki seguita dal papà in macchina. Una volta a destinazione ci spostavamo in tre (Anna, Danila ed io), sull'unico mezzo di locomozione a nostra disposizione… percorrendo Taulud a tappe… durante le quali una delle due "passeggere" faceva dei tratti a piedi per evitare i poliziotti del "traffico" per poi risalire in sella una volta imboccata la strada verso Gurgussum: un tuffo nelle acque calde del nostro Mar Rosso, un po' di sole, un panino al tonno, un frullato di papaia al bar di Ramadam. Poi una corsa fra le dune della bellissima spiaggia di De Paoli ed un tuffo ristoratore in tarda sera in mezzo alla fosforescenza… con gli amici e i compagni di scuola più cari.
Era una caldissima estate, avevamo appena dato gli esami di maturità ed eravamo pieni di sogni. Sarebbe stata la nostra ultima estate veramente spensierata e felice. Di lì a poco ognuno avrebbe seguito il suo destino, chi in Italia e chi negli Stati Uniti per frequentare l'università, e le nostre adorate moto sarebbero rimaste ad Asmara ad aspettarci, ad attendere invano un'altra estate di corse spensierate !

Queste eravamo noi: sorridenti, ironiche, piene di vita, i lunghi capelli svolazzanti al vento…

o o O O o o

Missione compiuta: Anna ed io abbiamo consegnato a Marilisa la foto di noi tre con le moto… la famosa foto scattata nell'estate del 1972… Ci sono stati abbracci e occhi lucidi… per i bei ricordi del passato… e per le grandi emozioni del presente…
Ci mettiamo in posa per una nuova foto: noi tre… oggi… con lo sfondo di un bellissimo mare turchese…
Abbiamo sempre lo stesso sorriso e i capelli svolazzanti nel vento…!

Vittoria

o o O O o o

P.S: noi eravamo quelle della Yamaha e della Kawasaki… ma all'epoca c'erano anche… quelli della Gilera, della Ducati, della Honda, della Suzuki, e dopo avere visto Easy Rider e Woodstock anche quelli del… "chopper"!
Centauri di allora, dove siete?


20 Aprile 2010




IL RITO (!)... ROGE'
di Daniela Toti
 

L'Epifania tutte le feste si porta via!
E dopo le festività, ecco che dalle ferie natalizie si riprende la vita dei giorni feriali/lavorativi. Oggi c'è chi è tornato dai monti per la neve, chi da qualche esotico posto per il mare, chi da qualche capitale Europea e chi è rimasto beatamente a casa in famiglia.

A quel tempo si andava a Massaua, partendo da Asmara a S. Stefano e tornandoci dopo Capodanno. I più fortunelli tornavano dal mare per l'inizio della scuola, che era sempre dopo l'otto gennaio, dato che il Natale Copto era incluso nelle festività. Noi invece si proseguiva per Elaberet, da papà, dove nell'ultima settimana dovevamo fare anche tutti i compiti delle vacanze; ma prima di proseguire, la tappa ad Asmara per il cambio delle valige ma soprattutto per il "rito Rogè".

Ve la ricordate la malinconia del rito assoluto della purga per il cambiamento d'aria, che andava ad aggiungersi alla malinconia del rientro dalla vacanza al mare?

Le cose per noi andavano più o meno così: un ultimo bagno (prolungato al massimo: "ancora un pochino", "aspetta che faccio un'immersione", "guardami che mi tuffo..."), quindi doccia e partenza.
Tentativo di mamma di tirar su il morale intonando un'allegra canzone alla quale trovava riscontro una fiacca e mesta risposta.
Arrivo a Ghinda dove bisognava mettere il golfino ma dove ci attendevano anche i meravigliosi panini al tonno o salame della Signora Maria al Buon Respiro e infine la tratta dei tornanti (ma perché li chiamavamo tourniquet?) spesso nella nebbia.
Ad Asmara il freddo della casa chiusa da una settimana, l'aria asciutta da screpolare le labbra e, soprattutto, l'aranciata Rogè! Maledizione, l'aranciata Rogè! Odiavamo l'aranciata Rogè!
Inevitabilmente però, obbedientemente si buttava giù - sebbene a fatica - la tiepida bevanda che sfrigolava nel naso rendendo così invisa per l'eternità ogni futura bibita al sapore di aranciata.
E nemmeno la consolazione di una caramellina, niente: solo chai fino a sera.

La medicina dell'epoca aveva una fissa per la pulizia dell'intestino. Più che mens-sana-in-corpore sano era intestino-pulito-per-corpore-sano. All'uopo in ogni bagno gufava bieco un cilindro di vetro graduato con un lungo tubo di gomma... l'avete riconosciuto? Il clistere o enteroclisma! Non so bene cosa fosse che ne alternasse l'uso a quello dell'aranciata Rogè. Tant'è che lo collego ai febbroni, quelli che ti pareva ti cadesse addosso tutta la mobilia della stanza, e che trasformavano i bisbigli di chi entrava in suoni alterati e inquietanti, che ti facevano soffrire la sete perchè anche un goccio di acqua faceva male alla gola, quelli che temevi perché - più prima che poi - avrebbero tirato in ballo il clistere. E i familiari che assistevano non aspettavano che il medico lo proponesse, no! Lo proponevano loro al medico: "E che ne dice di un clisterino, dottore?" e lui conciliante: "Ma sì, che non ha mai fatto male a nessuno!"
Ma come, destino cruel, non bastavano il febbrone e i relativi incubi? Volevamo proprio esagerare con il destino avverso?

Indeboliti dalla febbre, svuotati nell'anima e soprattutto fiaccati nella dignità (perché sebbene la zona coinvolta trovasi dove l'osso sacro diventa laico, sempre di lesa dignità si tratta!), bisognava ovviamente tirare su i poveri spiriti, e cos'altro c'era di più valido se non il brodino ristretto?
Questo veniva amorevolmente preparato con una procedura da alchimia: in un vasetto di vetro sterile si metteva un pezzo di manzo rosso con qualche verdura e quindi si faceva cuocere per ore a bagno-maria fintanto che si creava un liquidaccio scuro. Ecco ottenuto il toccasana per eccellenza, il resuscita-morti garantito, il tirami-su prima maniera, (l'attuale è senz'altro il frutto della rivoluzione culturale sessantottina che ha voluto ribaltare - nel ribaltamento generale - anche il senso del tirami-su-brodo-ristretto sostituendo gli ingredienti originali con tutto ciò che l'ammalato all'epoca sognava: savoiardi, mascarpone e cioccolato...)

Per nostra fortuna non è mai entrata in casa l'usanza dell'altro alimento principe per il giovane in crescita negli anni 50/60: l'olio di fegato di merluzzo che allora veniva crudelmente somministrato al cucchiaio così che il sapore mortificasse e avviluppasse appieno le papille gustative.
Beati i giovani in crescita nel 2000 che l'eventuale olio di fegato di merluzzo l'hanno in capsule insapori. Il che eviterà loro future lunghissime e costosissime sedute in psicoanalisi... perché è lì che alla fine portano tutte queste tristi storie!

Buon 2011, buon tutto, ma proprio tutto!

D.


6 Gennaio 2011



QWERTY!@#[?]-§/ç
di Daniela Toti

 

Con la chiusura a Mombai dell'ultima fabbrica rimasta al mondo a produrre macchine per scrivere finisce davvero un'era. Mi diverte raccontare a-quelli-nati-dopo della mia mitica Lettera 32, e mi delizia ravvisarne l'incredulità come se ascoltassero fantasticherie più che verità dei tempi andati…

La Lettera 32 e le sue sorelle avevano il buon vantaggio, sui loro attuali pronipoti informatici: la stampante incorporata e nessun bisogno né di elettricità e né di pile. Il numero uno (1) non c'era sulla tastiera, perché si poteva e doveva usare la lettera elle minuscola e non la "i" maiuscola, come ci aveva insegnato il Prof. Pieri (Steno e Dattilo) al Bottego. Un tocco di classe.
Per fare le righe verticali, si bloccava la barretta spaziatrice con una matita e quindi usando il punto esclamativo si girava il carrello manualmente di uno scatto; per le correzioni si inseriva una cartina tra l'errore e la testina del tasto, che copriva con un'impronta bianca gessata la lettera sbagliata. O con il bianchetto in boccetta, tipo smalto bianco opaco, che richiedeva però del tempo per asciugare, per cui si soffiava per accelerare l'asciugatura. Sistema via via perfezionato, passando dalla meccanica all'elettronica, dapprima con un nastrino coperto di una specie di biacca bianca asciutta, che parallelo a quello dell'inchiostro, all'occorrenza copriva il carattere sbagliato, oppure ancora l'uso di un nastro nero che lasciava sulla carta l'impronta del tasto in un materiale plastico correggibile che in caso di errore poteva essere asportato appiccicandosi al nastrino adesivo affiancato...
Per il centramento dei titoli c'era una sua formuletta ben precisa: si contavano le lettere e gli spazi del titolo, si sottraevano allo spazio del testo e si divideva per due: quello era il punto di partenza per scrivere il titolo, che sarebbe stato perfettamente inquadrato.

E che dire delle copie carbone? Il mio primo impiego fu come segretaria alla Scuola Media A. Volta, Sezione Centro di Asmara. Il mio capufficio era il preside Danilo Barbini, che voleva una copia su carta velina di tutto quello che si scriveva. La carta velina andava corretta nel caso di errore isolando la copia con un foglietto tra la carta carbone e la velina. La velina si correggeva con la gomma (rischiando 9 volte su 10 di bucare il foglio), l'originale con il correttore e poi ci si doveva ricordare di togliere il foglietto che isolava la carta carbone, perché se no la copia non veniva fuori. Credo che nell'archivio della Scuola Media di Asmara, se sono rimasti dei documenti di quegli anni, alcune copie risultano inspiegabilmente prive di parti di testo…

All'inizio non avevamo la fotocopiatrice, nemmeno quelle con la stampa che usciva prima in negativo e poi in positivo o quelle successive con la carta chimica dall'odore acre che però sbiadiva con il tempo, ma avevamo il ciclostile.
Questo marchingegno funzionava così: si scriveva il testo privando la macchina da scrivere del nastrino del colore in modo che il tasto imprimesse il carattere nel sottile foglio speciale rivestito da uno strato di cera. Per gli errori questa volta si usava uno smalto, sempre soffiando per asciugarlo subito, che riempiva la parte di cera perduta e a sua volta poteva venire impresso nella correzione. Il foglio veniva quindi agganciato al rullo ben inchiostrato della stampante e il carattere che imprimendosi aveva tolto lo strato di cera, lasciava passare l'inchiostro sul foglio da stampare. Si potevano fare anche un centinaio di copie con una matrice, sempre che rimanesse ben stesa senza pieghe, e che le "o" non creassero via via dei veri e propri buchi risultanti in brutte macchie di inchiostro.

Eravamo ad Addis Abeba quando istallarono il telex in ufficio. Una macchina per scrivere che riproduceva lo scritto su un'altra macchina anche ubicata oltre mare! Usando le linee telefoniche e il relativo costo, questo veniva ridotto preparando prima il testo su un nastrino perforato e, una volta iniziata la connessione, il nastrino veniva quindi trasmesso ad alta velocità.
Wow, che meraviglia di tecnologia!
Veramente Hiritì non disse "wow!" ma bensì "Wai, Sheitan!!!" quando, pulendo l'ufficio il mattino prima che entrassero gli impiegati, vide accendersi all'improvviso la diabolica macchina, stampando senza l'aiuto di nessun operatore!
La povera Hiritì schizzò fuori della porta con la stessa grazia spigolosa di Olivia, la morosa di Popeye e ci volle parte della mattinata per tranquillizzarla e convincerla che il diavolo poco aveva a che fare con il nostro nuovo telex.

E fu il fax a mandare il telex in soffitta, ma questo è presente già insidiato da scanning e e-mail.
Durante le lezioni di ragioneria, per il giornal mastro in partita doppia, si usava la @ chiamata A commerciale. Ed è così che l'abbiamo conosciuta noi, che imparavamo le cose in quegli anni.
Poi fu internet e usarono la @ per le e-mail e se oggi chiediamo ai nostri figli, che chiamano la @ "chiocciola" oppure "at", cosa sia una A commerciale, rimangono colti alla sprovvista nel sentire che esisteva già "prima".
E allora, personalizzandone l'uso, io (generazione di mezzo) quando mando un SMS oppure una mail familiare, chiudo con uno o più @:
@ come abbraccio.
D.


7 Giugno 2011



 
LI MEZZANI, PALAU, PULPUGGIA, PLENILUNIO E LE FERIE
(con plumeria, neem e lepre dalle parti di Ichnusa)
 

Li Mizzani, pressi di Palau, 15 Luglio, luna piena: il top per una ricarica energetica come tradizione comanda tramandare.
Gruppo di Asmarini: lo stesso che si era riunito un paio di giorni prima a Pulpuggia, lo spicchio di paradiso sovrastante Olbia dove Mario e Sabah hanno ospitato il Gruppo imbandendo la ricca tavola con zighinì, ma anche con altre prelibatezze libanesi e non. (Sabah riesce a preparare per una sera delizie che io non saprò mai preparare per un mese…)
Pulpuggia, una fetta di montagna di macchia mediterranea: alberi di olivastri, lecci, corbezzoli, allori, ginepri, pini e cespugli di lentisco, mirto, cisto. Appena sotto la macchia Mario coltiva un frutteto di aranci, limoni, fichi, meli e... zaitun!
E' ancora affinità Eritrea-Sardegna.
Ci sono alberi di plumeria e piante di neem che completano l'effetto medio/bassopiano-eritreo dove siamo cresciuti. La malia del mix sardo-africano si rinnova alla sera quando dall'alto del monte scendono le famigliole di cinghiali, così simili ai loro cugini facoceri. Mi vengono in mente gli appostamenti controvento laggiù ai pozzi artesiani scavati sul letto del fiume Barca, quando la selvaggina di sera si avvicinava per bere. I facoceri arrivavano al trotto sulle loro poderose zampette in netto contrasto con l'elegante e leggera falcata delle gazzelle e dei passi in punta di zoccolo dei Dik-Dik.
Qui a Pulpuggia i cinghiali scendono trotterellando veloci, perchè in discesa, e li senti avvicinarsi nel silenzio rotto solo da qualche campanaccio nelle lontane stalle. Poi, cautamente si fermano. L'aria ha portato loro il nostro odore, allarmandoli. Noi non ci muoviamo, trattenendo anche il respiro e loro allora proseguono indisturbati la passeggiata notturna.
Oggi (15 Luglio, luna piena) il gruppo si è incontrato in pizzeria per un giusto ristoro prima di avventurarsi sulla SS125 che verso mezzanotte li porterà alla Tomba dei Giganti.
Al momento della partenza però qualcuno ricusa: Mario Toti, con consorte Sabah, si ritirano in quanto - dicono - hanno già visto e già fatto il carico di energia la volta scorsa...
Peo Tripaldelli e consorte Nanna avrebbero forse voluto ma poi propendono per il sonno dei giusti...
Ninni Alfieri e consorte Vittoria Ghevre aderiscono, nonostante durante il tragitto li assalga l'altalenante dubbio sulla bontà della direzione presa...
Antonella Toti e consorte Sergio con figlio Tullio + morosa Silvia si adeguano al gruppo, forse più per squisito vincolo di ospitalità...
Vanni Pelizzari (e consorte Daniela Toti/promotrice dell'uscita), aveva sperato che i figli Luca + morosa Mara e Marco declinassero l'invito, ma visto che loro ci stanno, abbozza conciliante.
La SS125 in effetti a me sembra tanto strada di casa perchè non differisce molto dalla Elaberet/Cheren che si faceva di notte per andare al cinema: nemmeno una luce se non quella dei fari. Sarebbe buio pesto ma noi abbiamo la luna piena e l'idea di fare la ricarica energetica. Quando lasciata la strada asfaltata prendiamo la strada bianca, c'è anche una lepre che dopo un atterrito zig-zagare riesce ad uscire salva dal cono di luce dei fari. Con l'aiuto del GPS dell'I-phone riusciamo a trovare il posto. Parcheggiamo e proseguiamo a piedi, respirando aria salmastra mista al profumo di cisto e lentisco, sorpassando inavvertitamente il sito e inoltrandoci ignari nella brughiera sarda illuminata dal plenilunio salutato dal frinire di grilli e cicale.
Quando la perplessità generale sul dove siamo diventa tangibile, è ancora il provvidenziale GPS dell'I-phone di Luca a dirci che ci siamo lasciati la tumbas de sos gigantes alle spalle. Torniamo indietro rinfrescando la nozione della visita. Il granito ha una proprietà magnetoterapico naturale e gli antichi lo sapevano. Le civiltà nuragiche rilevavano con i rabdomanti i punti di maggior magnetismo e lì costruivano i luoghi di culto e di cura. La "radioterapia neolitica" è gratuita e curativa, dicono, per mal di testa, dolori, ansia e quant'altro. Con il plenilunio tutto ciò è potenziato: ecco perchè siamo qui stasera.
Finalmente arriviamo alla Tomba, datata Bronzo Medio (1500-1200 a.C.). Togliamo le scarpe perché il contatto sia diretto e ci sediamo a turno davanti alla stele principale. Non siamo esattamente rispettosi dell'atmosfera, perchè c'è chi cerca di ricaricare il cellulare con l'energia del sito, c'è chi mima Maciste, chi invece - come me e Vittoria - spera ottimisticamente di poter risolvere un pochino il fastidio alla colonna vertebrale, sdraiandosi direttamente sotto la colonna votiva.
Guardo il viso dei presenti: l'atmosfera un po' celtica e un po' compagnona ha lasciato in tutti un sorriso. E' tempo di andare: ci siamo divertiti.

Daniela all'infornata
Ninni e Vittoria
Famiglia Datome
Familgia Pelizzari
I Maciste

Tornando vediamo ancora una lepre che zig-zaga alla luce dei fari, per poi scartare verso la sicurezza del buio.
Bella la Sardegna anticamente detta Ichnusa, bella la luna, bella la compagnia.
Non mi sorprendo, condividendone pienamente la scelta, che sempre più numerosi asmarini scelgano di avere una casa in questa bella isola dalla forma d'impronta. "Ichnusa: impronta lasciata in mezzo al mare da un dio che proseguì poi per la sua strada senza voltarsi…".
Un @bbraccio "magneto-energetico" da
D.


27 Agosto 2011



 
LACRIME D'ESILIO
 

 

Foto C. Fareri

Nei tempi moderni, le buone e cattive notizie si diffondono molto rapidamente per mezzo del nostro compagno quotidiano: l´Internet. Ho guardato in questo "compagno" e cercato in lui notizie sulla mia scuola "Scuola elementare Sant´Antonio" che è a Godaif, mio avito luogo di nascita. Sono entrato in http://www.albinesi.com e ho visto un Angelo nel mio monitor, un Angelo, che mi fa ricordare che la vita sia cosi breve.

Il mio Angelo si chiama "Padre Rufino" . Sì "L´ANGELO CHE HA VISSUTO SOLAMENTE PER L'ERITREA", e specialmente per Godaif.
A questo momento è caduta la mia prima lacrima sulla mia tastiera, i miei occhi s´appannano; intorno a me si copre tutto di nebbia, sì come la nebbia di Arba Roba. Ho avuto voglia di demolire il mio computer e tutto intorno a me. La mia gola si è bloccata totalmente, e ho avuto la necessità di sfogarmi. Ho allora cominciato a scrivere senza pensare tanto. Ho scritto questo articolo, sulla mia scuola Elementare Sant´Antonio e il suo Angelo Custode Padre Rufino.
Sant´Antonio di Godaif ai miei tempi (1958 - 1963) non era solamente Chiesa e Scuola Sant´Antonio, era il NOSTRO centro - sportivo, sociale, religioso, medico cinematografico, di raduno, e di divertimento. In ogni occasione erano sui di noi quei dolci occhi di padre Rufino che ci custodivano. Se succedeva qualcosa, avevamo tutto là. Altri Fratelli e Suore collaboravano col mio Angelo.

Cinema: sempre dopo la scuola di religione, di Domenica, andavamo nella sala del televisore per vedere i Film con i cowboys-west, trasmessi dalla "Kagnew Station". Questo era per tutti noi l´unico contatto con il televisore. La televisione di Sant'Antonio era l'unica televisione a Godaif (se non in Asmara) a quei tempi. Molti di noi venivamo per veder i Film, e non purtroppo per la scuola di religione. Grazie Padre per le prime nozioni religiose, che son rimaste nel mio capo fino ad adesso, e che mi hanno dato un Credo forte. La maggioranza dei ragazzi erano "Copti" e questo non ha vietato a Padre Rufino di insegnarci nozioni su Dio. Padre Rufino non ha cercato di convertirci ma ha voluto solamente insegnare il Credo di Dio. Cercavamo sempre di rimanere bravi e per non sentire il suo "fischietto", che non rimaneva nelle sue tasche, e che sempre lo usava quando un bambino si comportava male.

Centro Sociale: agli scolari che non hanno potuto continuare la scuola dopo la terza media, Padre Rufino ha sempre procurato un lavoro presso il Cotonificio Barattolo o presso la Fabbrica Metallica "Magnotti". In terza media si dava anche insegnamento " Tessile", che era impartito dai tecnici di Cotonificio Barattolo.

Centro Sportivo e di divertimento: sempre un volta l´anno durante la processione annuale di Sant´Antonio di Padova si faceva la lotteria dei giocatoli e biciclette, e le coppe sportive da distribuire alle squadre di calcio. Poi c'era l'albero della cuccagna, tutto bene ingrassato.
L´arrampicamento su questo palo della cuccagna era il nostro gioco preferito. Chi ci riusciva ad arrivare in cima si prendeva il cestino "Zembil" alla fine del palo, ed era il nostro eroe dell´anno e godeva di totale rispetto per tutto l´anno. Itiopia Wassie era uno degli invincibili nel prendere il cestino, e non tutti eravamo suoi tifosi perché lui era di Godaif e i concorrenti erano da Gheza Banda o Gejeret o Tira al Volo o Villagio Genio ecc. La tattica era prima di lasciare provare i deboli, così pulivano il grasso alcuni metri, dal palo che si trovava al cortile della scuola.

La lotteria: tutti i bambini sognavamo di vincere una delle delle biciclette che stavano fra i premi della lotteria. Una volta la vinse uno di Godaif, Simon Haile che adesso lavora come Geometra in Asmara e tutti eravamo gelosi di lui.

Centro Medico: prima di andare all´ospedale o dal dottore per noi era obbligatorio di andare prima nel centro medico di Sant´Antonio. Tutti noi e i nostri genitori avevamo fiducia nelle benedette mani delle Suore di Sant´Antonio.

Centro Religioso: le lezioni delle ore di religione nella Domenica erano in Tigrino. Padre Rufino il tigrino lo parlava perfettamente con dolce pronunzia italiana, Padre Rufino era l´unico padre cattolico che andava nella chiesa Copta di Godaif "Abuna Tateos" e che pregava e recitava la messa in TIGRINO E GHEEZ con i sacerdoti copti. Padre Rufino visitava i nostri genitori a casa. Mi ricordo un giorno quando padre Rufino ha visitato mio nonno: mi tremavano i piedi come se avessi visto una meraviglia. Quel giorno si sono radunati tanti bambini a vedere il Padre nel loro quartiere; quando egli veniva, ognuno di noi riceveva caramelle. A proposito di caramelle: l´unico regalo di Natale che ricevevamo, erano i regali del Sant Antonio. Chi andava a scuola in Sant´Antonio, lo riceveva dalle maestre, e quelli che andavano nelle scuole Governative lo ricevano in chiesa o durante la scuola religiosa di Domenica.

Carissimo Padre Rufino, grazie per tutto che Lei ha fatto per noi. Per noi Lei è già un ANGELO e sono sicuro che sia in Paradiso accanto all´Onnipotente. Questo mi dà gioia e leva la nebbia attorno a me e Lei mi mandi il sole. Sono orgoglioso di essere stato un suo scolaro. GRAZIE.
Mesfun


11 Settembre 2011


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