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Le mani nel cassetto del Chichingiolo
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TRA RIVOLUZIONE, SICCITA' E GUERRIGLIA (5)

Il 30 marzo (1974) voci ad Asmara di movimenti di truppe nel confinante Tigrai, da mettere in relazione con lo sventato tentativo controrivoluzionario, e localmente di scioperi dei dipendenti pubblici e di quelli delle aziende; quelli dei primi sono però proibiti il 24 aprile dal Governo, unitamente alle dimostrazioni senza autorizzazione del Ministero degli Interni "in conseguenza dell'aggravarsi della situazione"; il 26 sono arrestati 24 tra ex-ministri e altre personalità; il 30 dieci arresti ad Asmara tra i dipendenti del Governatorato Generale, lo apprendo da un ingegnere italiano che vi lavora: effettuati con autoblindo, l'ordine viene dal Comitato di coordinamento delle FF.AA., della Polizia e dell'Esercito Territoriale; le telefonate mediante centralino sono interrotte; torna, nella città, la tensione.
Il 31 maggio, secondo il calendario scolastico (più breve che in Italia), terminano al Liceo le lezioni. Dal 17 al 29 giugno esami di maturità. Ma il 1 luglio partenza con un gruppo di colleghi anche dell'Istituto Tecnico (non era mai capitato, almeno a quelli venuti dall'Italia nel '68 - non credo però nemmeno agli altri), per altri esami di maturità al Liceo Scientifico e all'Istituto Tecnico di Mogadiscio: prima tappa, Addis Abeba, nel cui aeroporto noto i soldati in assetto di guerra che lo presidiano; anche i poliziotti sono dotati di mitraglietta.
Il 2 luglio, dunque, da Addis Abeba a Mogadiscio: arrivato alle 12,25 all'aeroporto, per le 13 sono al Liceo, dove la Commissione di cui faccio parte, insieme con i colleghi locali e il presidente venuto dall'Italia, procede alla preparazione per lo svolgimento delle prove che, iniziando il 3, terminano il 9 (tredici candidati), lo scrutinio il giorno dopo, che è un mercoledì: l'aereo, settimanale, per il ritorno come per la venuta, è al martedì, devo aspettare fino alla settimana seguente, quando, tuttavia, l'aereo ritarda di un giorno la partenza. Faccio un'ulteriore provvista di contatti con i colleghi, del Liceo e delle altre scuole italiane della capitale somala, e con veterani della ex-colonia radicati in quel sole che dà colpi di maglio sul collo, se si esce dall'ombra tuttavia densa di calore (agognato rifugio l'aria condizionata); contatti anche con somali, di cui i più anziani hanno vivi ricordi del periodo italiano: non sono tuttavia gli unici, a Mogadiscio, a parlare italiano; ma negli anni, a noi vicini, della immensa tragedia somala, mi son venuti in mente i ragazzi senza futuro che, per la strada, mi vendevano oggetti dell'artigianato locale o bellissime conchiglie dell'Oceano Indiano.
Il 17 luglio da Mogadiscio ad Addis Abeba; il 18 da Addis Abeba ad Asmara. Il 19, nel pomeriggio, alla Scuola di Giurisprudenza, dove ho l'incarico di Filosofia del Diritto, colloquio per la convalida dei voti per un giovane proveniente da Montreal, ed un esame. Questa Scuola, unico esempio italiano all'estero, sorse ad iniziativa di valenti avvocati della nostra comunità di Asmara nel '45, con altra denominazione; con quella di Scuola di Giurisprudenza è, nel '74, al suo 29° anno, acquistando, grazie all'impegno di avvocati e altri collaboratori qualificati, molto prestigio sia presso le autorità locali che presso il Governo italiano, con segnalazione, da parte del Ministro della Pubblica Istruzione, ai Rettori delle università; presso otto delle quali, mi fu riferito, sostenuti con esito positivo ancora uno, o due (a seconda delle università) esami particolari, gli studenti erano ammessi a quello finale con la presentazione della tesi. In Asmara c'era anche una Scuola di Medicina, anch'essa prestigiosa, che aveva cessato di esistere prima del mio arrivo nel '68, con valenti Docenti, alcuni allievi dei quali ebbi occasione di conoscere, e apprezzare, durante il periodo della mia permanenza.
Nonostante l'esenzione dall'obbligo della residenza per i mesi di luglio e agosto, a causa degli impegni surriferiti, sono ancora nella sede di servizio: salgo sull'aereo per l'Italia il 26, lieto per dove vado, ma pensoso per dove devo tornare (resta, per completare il settennio, l'a. scol. '74-'75): ad Asmara, dal 17, c'è il coprifuoco, con inizio alle 20 fino al giorno dopo, spostato alle 22 dal 19 e quindi alle 23 dal 24, restando immutato il termine alle 5 del mattino; in concomitanza, il provvedimento, con l'arresto, effettuato dal Comitato di coordinamento eccetera, del governatore dell'Eritrea, del sindaco della città e di cinque loro collaboratori, i quali si sono costituiti - informa lo stesso Comitato - il pomeriggio del 17.

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Sono ancora in Italia per ragioni di salute quando arriva la notizia della deposizione dal trono di Hailè Sellassiè, avvenuta il 12 settembre: punto di arrivo di quella che gli osservatori hanno definito la "rivoluzione strisciante" dei militari etiopici, dando atto alla regia della sua perfetta realizzazione. Tante affermazioni di fedeltà, l'interesse del Paese dichiarato solidale con quello della Corona, pronti essi perciò a difendere l'uno e l'altra, dissolvendo intanto, poco per volta, con accuse, arresti, destituzioni e nuove nomine, che l'Imperatore puntualmente firma, il semifeudale sistema di potere che alla monarchia s'appoggia, mentre essa a sua volta ne riceve appoggio: di questo sistema vengono bollate l'inefficienza amministrativa e la corruzione, contro la quale i rivoluzionari in divisa, occupate il 22 giugno le stazioni radio, diffondono un proclama, al cui effetto concorre certo l'imperversante siccità (100.000 o 150.000 i morti?), quale verifica in rilievo di inefficienza, nella distribuzione dei soccorsi, ai quali contribuiscono molti aiuti affluenti dall'estero, e di corruzione, che fa prendere ai soccorsi altre strade. L'Imperatore è tenuto fuori, come parte lesa insieme con la nazione, da queste imputazioni, nella già ricordata solidarietà d'interessi riconosciuta dai militari, tornando quindi anche a suo vantaggio, al dire di questi, l'azione purificatrice da essi intrapresa; ma con settembre cade ogni finzione: dal 1° di questo mese anche il Negus è investito da una campagna accusatoria, con manifesti e dimostrazioni, seguono provvedimenti per la gestione del "palazzo nazionale" (l'ex-palazzo imperiale) e la riorganizzazione dell'amministrazione del Paese; il 12, infine, il Comitato delle FF.AA. si presenta a lui nella reggia non più sua, per leggergli il riassunto delle accuse di cui quella campagna è stata la fioritura, nel proclama della sua deposizione dal trono per corruzione e negligenza.
AI termine della cerimonia (l'istituto monarchico, per il momento, non è soppresso), Hailè Sellassiè, nella scena finale della grande recita, risponde con regale condiscendenza, che se questo era per il bene del Paese - dice in sostanza nel suo breve discorso - lui non si opponeva: risultando, questa sua deposizione, a vantaggio del popolo etiopico, egli anzi la accoglieva con piacere.
Terminato il congedo che per necessità della mia salute ha prolungato la mia "licenza" (secondo il linguaggio dei connazionali residenti, con frequenti termini militari, denotante il clima in cui avevano vissuto nell'ultimo periodo coloniale), il 26 settembre sono di nuovo ad Asmara.
Il Comitato coordinatore di FF.AA. e affini è diventato il Comitato del Governo militare provvisorio: chi comanda è il Comitato; dipendenti da questo "Comitato Centrale", come viene anche chiamato, i Comitati interregionali, a comandare sugli "amministratori-capi" (abolito il titolo di governatore, legato a tristi ricordi di sopraffazioni e abusi) delle regioni (ex-provincie) loro assegnate. "Comitato" traduce nella stampa in italiano di Asmara "Dergh", ma ormai anche in essa il termine originale prevale, accompagnato ben presto, sia per quello centrale sia per quelli dei gruppi interregionali, da "militare": così, invece di "Dergh del Governo militare" abbiamo "Dergh militare del Governo". Come a sottolineare che chi comanda è il Dergh, che dal centro espande le sue diramazioni; i Dergh periferici hanno, a loro volta, nelle regioni di loro competenza, dei sottocomitati.

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L'Eritrea è ricompresa nel gruppo di regioni su cui ha autorità il "Dergh dell'Etiopia settentrionale". In un incontro del presidente di esso con l'amministratore-capo della stessa Eritrea (con loro i rispettivi collaboratori) ad Asmara il 25/9, il primo dichiara che la situazione di tale regione è uno dei problemi più importanti dell'Etiopia. In conformità alle direttive date dal primo ministro Amàn Micael Andòm (eritreo, "creatura" del Dergh Centrale che lo ha scelto fuori della sua cerchia), il Dergh del nord, dice il presidente, collaborerà con l'amministratore-capo per risolvere pacificamente il problema eritreo. I tentativi e gli appelli, infatti, si susseguiranno, ma siccome per gli etiopi (in questo come nel precedente regime) la premessa per una trattativa è che l'Eritrea è Etiopia, ogni sforzo si dimostrerà inutile, e in Eritrea, dove - come ricorda l'amministratore-capo nella sua risposta, elogiativa del Dergh - per molti anni è stato sparso molto sangue, sangue, e molto, se ne spargerà ancora: fino al 1991; e la soluzione del problema Eritrea sarà, per il lungo sacrificio dei combattenti eritrei, l'Eritrea indipendente. Ho riportato questa notizia dell'incontro tra l'autorità militare e quella civile dalla prima pagina del Quotidiano Eritreo del 27 settembre; passando alla seconda, un elenco di offerte al Comitato per l'assistenza nella regione eritrea, affaccia al pensiero l'altra tragedia che è venuta ad associarsi alla precedente: la siccità, burocraticamente minimizzata al suo primo pronunciarsi, ha sempre più allargato il suo bruno ventaglio di morte: un aggravamento, per la carestia sua conseguenza, delle sofferenze, già fierissime, di questo popolo, provocando una partecipazione, per l'affetto a cui hanno contribuito anni di vita tra di esso, il settennio del mio servizio scolastico al Liceo di Asmara ora quasi al termine.
Il 7 del mese di ottobre inizia, così come in Italia, l'anno scolastico 1974/75. Nella nostra scuola, ho l'incarico della presidenza (ho conseguito l'idoneità per questo tipo di Istituti in un concorso nel '68, pochi mesi prima della mia partenza per Asmara, succedendo ora al preside di ruolo che va in pensione per raggiunti limiti di età). È il giorno in cui, ad Addis Abeba, viene pubblicato il regolamento della "Campagna per il progresso attraverso la cooperazione, l'istruzione, il lavoro": non si tratta, quindi, solo di una campagna di alfabetizzazione, sulla scia di noti precedenti nel campo socialista, ma anche, al fine di colmare il divario fra popolazione urbana e rurale, di vario aiuto alla portata degli alunni dei due ultimi anni delle scuole medie superiori, "pubbliche, private e missionarie": ovviamente, alunni di cittadinanza etiopica. Anche quelli, dunque, di quelle classi nell'Eritrea etiopizzata; e però compresi gli alunni di nazionalità etiopica dell'Istituto Bottego e del Liceo Martini, che sono scuole pubbliche di un altro Stato: nonostante ciò, vengono convocati (nel Liceo sono 4 in terza e 13 in quarta) dal Dergh. L'incontro ha luogo il 24 ottobre presso la "Daniele Comboni", una delle otto Scuole Elementari italiane, dipendenti dal nostro Ministero degli Affari Esteri, in Asmara; penso, se la riunione non era in comune con gli alunni interessati (d'autorità) di tutte le scuole medie superiori della città, che fosse anche per quelli del nostro Istituto Tecnico; quanto al luogo scelto, non ricordo di aver avuto una spiegazione. Il regolamento citato parlava di obbligo; successivamente gli aderenti alla "Campagna" (effettivi o sperati) sono presentati quali "volontari": ma per il momento i militari ottengono soltanto di spaventar tanto che il 29 i nostri scappano da scuola, dicono che arriva il Dergh (hanno chiesto il permesso, per la verità: non posso concederlo ma - rispondo - siccome non sono una guardia, non posso nemmeno oppormi alla loro uscita); l'indomani non si fanno vedere, tranne una ragazza, in quarta (suo padre è dipendente governativo), e pertanto a lei soltanto posso leggere la circolare del Dergh ricevuta in Consolato nel pomeriggio del giorno prima, da me e dal preside dell'Istituto Tecnico: trovando con il Console aggiunto a cui sono affidate le scuole, anche il Console Generale: se e quali commenti abbiano fatto al riguardo, non ricordo.

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Dopo l'interruzione di quattro giorni (Ognissanti, Commemorazione dei Defunti, la Domenica e l'anniversario della Vittoria nella guerra 1915-18), ripresa delle lezioni nelle nostre scuole il 5 novembre e, in coincidenza, dimostrazione nelle vie di studenti delle scuole etiopiche che disertano le lezioni e lanciano sassi contro quelle scuole in cui le lezioni continuano (anche il nostro Istituto Tecnico, con una numerosa frequenza di eritrei, ha i vetri rotti, come altre sette scuole; il Liceo non è toccato, ma genitori allarmati telefonano, vengono a ritirare, alcuni, i figli in anticipo sull'orario): promotori gli universitari, che hanno costretto all'inattività l'Ateneo; si vuole impedire il successo della "Campagna" indetta dal Dergh; minacce sono state rivolte anche a nostri alunni, perfino italiani, individuati per istrada dai libri e anche, le ragazze, dai grembiuli (allora, come forse non più nell'Italia post '68, ancora prescritto): ci viene riferito l'indomani mattina a scuola.
La polizia, secondo la cronaca dei fatti del 5 novembre che esce solo il 7, ha sparato colpi in aria; sulla mia agenda, alla data del 5, ho annotato l'informazione dell'impiego di lacrimogeni: "voce" fantasiosa? Ma della polizia, nella stessa cronaca, è inserito un avviso: i ragazzi trovati in giro in gruppo di più di 3 saranno considerati fomentatori di disordini, e fatti oggetto di provvedimenti. Il giorno seguente tre nostri alunni eritrei della quarta arrivano con mezz'ora di ritardo: fermati da militari perché in gruppo di tre - considerata l'"attenzione" dei sorveglianti, sarà bene accompagnarsi in due.
Il Dergh del Nord, intanto, ha comunicati minacciosi per quegli studenti, universitari e medi, che seminando disordine cercano di impedire l'adesione alla "Campagna", mentre è pubblicato il termine per l'adesione stessa: 11 novembre. Per ordine dello stesso Dergh i nostri studenti sono nuovamente convocati il 9, questa volta presso il Dipartimento dell'Educazione e accompagnati dai genitori: lasciano il Liceo, per recarsi all'appuntamento, alle undici; non convocata, rimane la ragazza, unica presente degli alunni eritrei il 30 ottobre, quando mi reco nelle classi terza e quarta per leggere quella circolare del Dergh di cui ho già detto. Ed è questa ragazza l'unica a ritirare il modulo per dichiarare la propria adesione alla "Campagna" (questi moduli arrivano, anch'essi come la circolare, tramite il nostro Consolato, lunedì 11 - l'ultimo giorno, dunque, per l'adesione - nella tarda mattinata, sicché li posso portare nelle due ultime classi, per verificare il rifiuto di tutti gli altri alunni eritrei, solo nell'ultima ora di lezione).
Nel pomeriggio, arrivando al Liceo alle 16.50, sono informato del limite per la firma di adesione: alle 17; entro tale ora, l'unico modulo firmato è quello di quell'alunna di quarta. Due altre alunne di questa classe, però, alle 17.35 circa, si presentano chiedendo di firmare: io non ho nessuna difficoltà per il ritardo. E non difficoltà quando, l'indomani, tutti gli alunni eritrei della quarta, meno tre (due ragazzi e una ragazza), chiedono di compilare il modulo per l'adesione, e i due presenti nella terza (dei quattro frequentanti), anche se non subito, vengono a chiedere il modulo; le assenze in questa classe sono di due alunne: per una di esse si presentano la madre e il fratello informandomi che è assente per malattia. Suggerisco di recarsi dal Dergh con il certificato medico, che hanno portato con sé: a me la fotocopia da allegare (mi viene portata l'indomani); l'altra alunna viene il 13, secondo giorno di ritardo, che spiega con la partecipazione ad un funerale, chiede anche lei di firmare: non faccio difficoltà nemmeno con lei, diventato, come il collega dell'Istituto Tecnico e lo stesso Consolato, delegato senza entusiasmo del Dergh. Telefono al Dipartimento dell'Educazione (non ricordo sollecitazioni al riguardo) che entro le 17 farò avere i moduli; nel pomeriggio di domani le fotografie ancora mancanti; e così avviene, dopo le 17 del giorno 14, ultimo della mia partecipazione burocratica alla vicenda, ma non di quella affettiva, che coinvolge l'intero Liceo.

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Questi nostri alunni sono passati dalla paura di certe conseguenze, a quella di altre, apparse più temibili, cedendovi, ad eccezione di quei tre (da ammirare, se invece di paure hanno valso motivi ideali), dopo strenua resistenza nell'avversione istintiva. Ma i firmatari dell'adesione hanno continuato a frequentare le lezioni, e parimenti i due ragazzi e la ragazza che avevano rifiutato, fino alla cessazione di esse il primo febbraio del 75, quando i patrioti eritrei attaccarono Asmara. E così nell'Istituto Tecnico. La caratteristica di scuole pubbliche di un altro Stato, per giunta utili e molto apprezzate, ha infine difeso quegli alunni.
Arresti e nomine come nel periodo precedente, quando li si faceva firmare dal Negus: la libertà, che viene proclamata, non può contraddire la filosofia dell' "Ethiopia Tikdèm" (l'Etiopia innanzitutto), per la quale si svolge intanto in Etiopia una capillare opera di propaganda, come possiamo vedere, da parte del Dergh dell'Etiopia settentrionale, nell'Eritrea, che rientra nell'ambito interregionale, come s'è detto, della sua autorità. Il favore che gode il termine "filosofia" presso i rivoluzionari per indicare i principi del loro movimento, rimanda alla formazione di questi "intellettuali in divisa", come sono stati chiamati, a quella istruzione universitaria che è stato uno dei pochi successi del riformismo dell'ex-imperatore.
Dal 16 ottobre il coprifuoco inizia a mezzanotte, per una decisione del Dergh Centrale riguardante tutta l'Etiopia, "perché la situazione dell'ordine e della sicurezza è andata migliorando": la popolazione ha dimostrato rispetto e ha dato la sua piena collaborazione. Chi non collabora e, anzi, contrasta, incorre nelle sanzioni. Per giudicare i maggiori responsabili, è pronto il Tribunale supremo militare del Dergh Centrale, davanti al quale e al primo ministro Andòm i giudici scelti a comporlo prestano giuramento il 28 ottobre (ma verranno costituite anche Corti marziali distrettuali). Il 22 novembre il Quotidiano Eritreo dà in prima pagina, con grande rilievo, la notizia da Addis Abeba della emanazione di un nuovo Codice penale per il processo dei funzionari di governo in attesa di giudizio; inoltre, di un nuovo codice di procedura penale; infine, di nuove misure per l'ordine pubblico: nessuna data, né per la corrispondenza, contrariamente all'uso allora ancora seguito, né per i documenti riportati.
Il giorno dopo, sabato 23, sessanta tra civili e militari sono passati per le armi ad Addis Abeba: condannati e giustiziati - secondo l'annuncio dato dal Governo il 24 mattina, alle 8.30 - quali colpevoli di malamministrazione, di ingiustizia e corruzione ai danni del popolo etiopico. Nella lista c'è anche il primo ministro Andòm, preventivamente destituito il 23, come informa radio Addis Abeba alle 20 dello stesso giorno, elencando le otto ragioni di tale provvedimento, che posso riassumere in quella del suo sganciamento dal Dergh patrono del Governo. Secondo le precisazioni fornite dallo stesso Governo il 27, Andòm sarebbe morto nella sparatoria seguita al suo rifiuto di arrendersi, quando sono andati a cercarlo nella sua residenza. Ne prende il posto il generale di brigata Tafarì Bantì, anche lui scelto dal Dergh all'esterno: l'elezione, col giuramento del neo-eletto, avviene il 28 novembre.

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Impressione enorme, all'interno e all'estero. Il Dergh Centrale respinge le preoccupazioni espresse dal presidente dell'Uganda Amìn in un telegramma, assicurando (la risposta è del 29, ed è riportata dal Quotidiano Eritreo il 30) dell'ordine e sicurezza in Etiopia, dove il movimento delle FF.AA. ecc. gode dell'appoggio di tutto il suo popolo, in vantaggio del quale sono i principi della filosofia rivoluzionaria dell' "Ethiopia Tikdem"; il generale Andòm ha tradito; quanto all'Eritrea, avere espresso un parere favorevole alla sua separazione, oltre a denotare "mancanza del senso di responsabilità, rappresenta un atto deliberatamente commesso per turbare la situazione interna di una nazione sorella" (cit. pag. 1); dopo aver detto che l'Eritrea è la culla della civiltà etiopica. Poi è la volta dell'ONU, a nome della cui Assemblea Generale Kurt Waldheim invia un messaggio: a questo altro telegramma, del 27 novembre, la risposta è inviata il 3 dicembre, a nome del Consiglio (altra traduzione di "Dergh") del Governo militare provvisorio, dal Presidente Tafarì Bantì, mentre ad Amìn aveva come firma "Il Dergh" dello stesso Governo; la posso leggere, in una corrispondenza da Addis Abeba del 5, sul Quotidiano Eritreo del 6 dicembre. In questa risposta al Segretario Generale delle Nazioni Unite il tono è molto educato, ma la sostanza è la stessa della precedente: se ad Amìn non si mancava di sottolineare il rispetto da parte dell'Etiopia ai principi della Carta dell'Unità africana, a Waldheim è ricordato, da Bantì, come il Consiglio abbia "ripetutamente affermato la sua dedizione e la sua fede nei nobili principi contenuti nella 'Carta' dell'ONU": il rispetto dei diritti dell'uomo è lo scopo principale della filosofia fondamentale dell' "Ethiopia Tikdèm" (cit. pag. 1). Ricorre anche qui il confronto tra la precedente "era di oppressione" (id. c.s.) e la nuova, inaugurata dalla rivoluzione, in cui sono garantiti regolari processi per i detenuti e il loro umano trattamento. Quindi, "con rispetto all'Assemblea generale, il CGMP desidera dichiarare che l'appello dell'Assemblea generale è stato piuttosto ipotetico per quanto riguarda l'azione futura del CGMP, basato su errate ipotesi, frutto di false e tendenziose notizie giornalistiche": sull'eliminazione dei sessanta senza processo neanche una parola (cit. pag. 2).
Bantì firma questa risposta come presidente del Consiglio del Governo militare provvisorio, cioè del Dergh; ma il vero capo del Dergh è il maggiore Menghistù Hailemariàm, che diventerà anche di nome il capo dello Stato nel '77, dopo che Bantì fu ucciso dai fautori di Menghistù durante una riunione del Dergh. Ma Bantì, l'11 dicembre, convoca giornalisti nazionali ed esteri (dall'estero anche televisioni), non solo per lodare, a nome del Dergh, i servizi di questi ultimi per l'obiettività - tranne alcune eccezioni, esortando in proposito a non prestar fede a tendenziose voci allarmistiche, per avere il Governo il controllo della situazione, conseguendone la tranquillità del popolo etiopico - ma anche per parlare, questa volta, di quella sentenza senza processo del 23 novembre. Dice che è stato necessario ricorrere a una "decisione politica" (già cosi qualificata nei primi annunci dell'eccidio), per sventare un complotto "preparato nel luogo dove i condannati avevano ricevuto i trattamenti più umani che potevano essere loro riservati" (cit. a pag. 2 del Quotidiano Eritreo del 12 dicembre, nell'articolo che comincia nella prima). Per gli imputati in carcere, trattati bene, e con possibilità per i familiari di portar loro cibo e vestiario, Bantì informa che è iniziato il loro regolare processo davanti alla Corte militare suprema e davanti alle Corti militari inferiori.

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Il Natale cattolico è sincronizzato con quello capto, in una intenzione ecumenica: va perciò al 6 gennaio, spostando di altrettanto l'Epifania: ma non si può evitare, nelle famiglie italiane, che il 25 dicembre suoni in cuore. Falliti i tentativi di domare con la persuasione la guerriglia, il Dergh dell'Etiopia settentrionale, in un comunicato pubblicato il 24, annuncia di aver perso la pazienza, dopo il fallimento degli appelli alla pacificazione ("etiopica"), quindi ora i "fuorilegge" saranno oggetto di "provvedimenti", al successo dei quali la popolazione è invitata a collaborare. Il comunicato (sul Quotidiano Eritreo ha l'inizio sulla prima e la continuazione sulla quarta pagina, che è l'ultima) cosi termina: "Chiunque rifiuta di collaborare o di dare informazioni sulla presenza dei fuorilegge nei suoi dintorni, sarà responsabile delle conseguenze che potranno derivare dai provvedimenti che verranno presi per l'eliminazione dei banditi. Ethiopia Tikdèm" (cit., pag. 4 sulla prima pagina, le tre colonne dell'inizio s'inseriscono, in basso tra le altre - tutte dedicate al solenne inizio della Campagna d'istruzione ecc., con due fotografie: una, relativa alla cerimonia in Addis Abeba, con Banti in primo piano e, in secondo piano, alla sua destra Menghistu, primo vicepresidente, e dall'altro Iato il secondo vicepresidente; l'altra, recante in primo piano la foto del vice-amministratore capo della regione eritrea, relativa a quella in Asmara; nella seconda pagina, impegnano cinque delle sue sette colonne la continuazione del testo e altre quattro foto: tre di personaggi e l'ultima della parata al suo inizio nello stadio sportivo, per poi continuare nelle vie della città; la cerimonia, ovviamente, riguarda gli effettivi partecipanti alla "Campagna", e non quei nostri alunni (qui riferendoci ad ambedue le Scuole, Liceo e Istituto Tecnico, di cui si è già discorso). Il Dergh non perde tempo: lo stesso 24 della pubblicazione del comunicato si scatena una repressione, con seguito il 25, nella quale vengono uccise persone per strangolamento (circolano varie ipotesi: alla maniera - non ricordo, se mi è stata raccontata, quale sia - usata dai Galla, quindi - è l'immediata illazione sono le truppe (i Galla - chiamati anche oromo - gruppo etnico al quale appartiene Menghistù, in verità non costituiscono l'intero contingente etiopico presente in Eritrea, tuttavia questo gruppo etnico sta scalzando il tradizionale predominio in Etiopia degli Amhara: nei comunicati si vedono affiancati non più soltanto l'amarico e il tigrino, ma anche l'oromonico; traboccati in Etiopia da sud-est nel secolo XVI, pur essendo un popolo pastore che non conosceva ancora i metalli e il cavallo, i Galla vi ebbero una rapidissima e larga espansione; non dimostrando ancora di aver rimontato del tutto lo scarto di civiltà rispetto ai cristiani e ai musulmani, con i quali la loro invasione li mise in contatto); oppure, quegli strangolamenti di veri o presunti collaboratori del Fronte, con una pinzetta (variante: pinzetta con la pila, dall'effetto fulminante) alla carotide, e questa è la congettura prevalente; oppure, ultima ipotesi, con filo di ferro; e allora questo modo avrebbe dei precedenti: il primo di cui fui informato, riguardava otto giovani; ma i militari che li avevano uccisi, seppi ancora poco tempo dopo, a loro volta furono trovati morti, conferma che il servizio informazioni della guerriglia è anche in città efficientissimo - però ora si parla di un filo di ferro estratto dall'orologio ... riferisco per dare un esempio della fantasia che galoppa sotto la sferza degli avvenimenti in corso, dei tanti che potrei portare: come accade in genere nelle emergenze.

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1975! L'anno del mio ritorno, compiuto che sia, col 30 settembre, il mio impegno settennale all'estero: tutto qui in Asmara, senza trasferimento ad altra sede, dopo il triennio d'obbligo nella prima residenza. Che sarà un anno per niente noioso, come tutti, senza nessun piacere, pensano, fin dai primi di gennaio ce lo confermano le bombe che scoppiano nel Municipio di Asmara il 5, domenica e vigilia del Natale copto (con cui, come s'è detto, è sincronizzato il Natale cattolico). Il 7 è il giorno della ripresa scolastica, dopo le vacanze del periodo: è, quindi, martedì; il martedì della settimana seguente, 14, giusto quando varco l'entrata della Posta tre esplosioni che si succedono all'interno fanno vibrare la soglia sotto i miei piedi, mentre esce fumo. Me ne vado e ritorno un po' più tardi, ma rinuncio ad entrare quando vedo davanti all'entrata che una decina di soldati in assetto da combattimento ne è il presidio. L'indomani, alla Posta vedo in riparazione le cassette postali, quelle grandi in basso, danneggiate dalle esplosioni: non molto devastanti, allora; sennonché, quelle cassette, sul lato destro del corridoietto dell'angusto locale posto subito a sinistra dell'entrata dell'edificio postale, stanno proprio di fronte a quel tratto del Iato sinistro dove, in alto, sta la mia cassetta. Cosa dire? - che son molto contento di non essere entrato con qualche secondo di anticipo.
Da questo 15 passiamo al 16 giorno del secondo convegno, il pomeriggio dalle 15.30 alle 17.30, con i parenti degli alunni del Liceo. Un connazionale dopo i colloqui con i professori di sua figlia, si congeda formulando auguri per me che faccio il preside in questi momenti difficili. Alle 19.20, quasi a premurosa conferma, un'esplosione. Il 20 due esplosioni in lontananza, come colpi di cannone, alle 15.50; il 22, invece, alle 13 circa un forte scoppio nelle vicinanze: telefonate di due genitori (una madre eritrea e un padre italiano) in ansia per la rispettiva prole; il padre ha, qui da noi, una figlia, mi prega di non farla attendere il suo arrivo: da lui apprendo che una bomba ha ucciso, nel parco del "Palazzo" (del governatore italiano nei tempi coloniali, poi delle autorità sopravvenute, secondo le vicende dell'autonomia e della sua soppressione da parte del Negus), situato a breve distanza dal Liceo, un "meschìn", uno dei tanti ragazzi che stanno sulla strada a mendicare, che forse, rinvenuta la bomba, l'ha maneggiata. Non sento più esplosioni fino alla fine del mese. Ma già il 20 io annotavo come già ho riferito, la previsione udita dello scontro tra combattenti del Fronte ed esercito etiopico "per fine gennaio": una previsione esattamente verificata dai fatti.
La sera del 31 gennaio, trovandomi ancora al Liceo, comincio a sentire, alle 19.20, uno sparo; due minuti dopo ne seguono altri tre; alle 19.28 una serie di quattro esplosioni dietro il Liceo;alle 19.43 scarica di colpi; altri colpi (posso contarli di nuovo: cinque) alle 19.50: questo momento è annotato ancora nell'agenda '75 per quel giorno, come quello della partenza, seguito da quello dell'arrivo alla pensione (dove mi sono trasferito, nel '74, dopo il rientro in Italia di mio figlio nel '71 e di mia moglie nel '72), alle 20.10: venti minuti nella sera ormai buia e piovigginosa, per le strade deserte, solo due soldati che verificano la mia carta d'identità (quella fatta arrivando al mio primo arrivo ad Asmara, come d'obbligo) poi, proseguendo lungo il solito percorso, colpi, raffiche, scoppi, e bagliori vivissimi che si levano dietro basse e prossime case, finché arrivato ad una piazzetta che ha al suo angolo un posto di polizia donde la violenza a vista e udito per l'azione in corso è veramente forte, sono costretto a cambiare la parte ultima del mio cammino: devo però attraversare un larghissimo viale, tra un crepitare incessante di colpi che sento sempre vicinissimi: arrivato alla pensione, picchio al cancello in lamiera, infine un giovane in servizio alla pensione, che mi riconosce, perché grido anche, per farmi sentire nel fracasso che circonda, e mi intravede tra cancello e pilastro, con simpatica prontezza ed esclamando il suo riconoscimento, mi apre. È cominciata la "guerra" di Asmara, come poi l'hanno chiamata gl'italiani residenti. Ma è cominciata anche la vicenda che porterà al minimo la loro residenza nella città e nel territorio.

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Tuttavia, dopo alcune ore, tutto finisce, e la notte ristabilisce il suo silenzio. La mattina, 10 febbraio, la vita, per chi è rimasto vivo e indenne, riprende; nostri alunni, nonostante tutto, arrivano al Liceo: non sono molti, in verità. Sono presenti i professori. Calma in tutti ma, sotto l'apparenza, in tutti c'è tensione. In queste condizioni, sentiamo, poco dopo le otto, il primo dei colpi di cannone che continuano, a intervalli, fino alle otto e cinquanta. Le telefonate degli allarmati genitori si susseguono, quelli provvisti d'auto accorrono, non appena cessa il rumore delle cannonate, per portare a casa i figli, quelli che rimangono vi sono portati con l'auto dai professori e professoresse che ne dispongono: entro le nove è completato lo sgombero (gli alunni uscendo fanno il segno della croce). Dopo che ho autorizzato il bidello presente ad andarsene anche lui, con un arrivederci (quanto mai ottimistico) per l'indomani, sto per uscire anch'io quando - sono le 9.25 - sento, discretamente forte come i precedenti, un altro colpo di cannone; altre cannonate, ma più lontane, alle 9.30; e un minuto dopo, vicinissime, esplosioni di bombe e scariche di mitraglia. Purtroppo (è il momento di dire "purtroppo") il Liceo si trova non solo, così come il nostro Consolato, nelle vicinanze del "Palazzo", ma anche del complesso di edifici dell'amministrazione regionale, con un giro di caserme tutt'intorno. E anche noi ci stiamo in mezzo. Bombe e mitraglia continuano, aumentando d'intensità, "voci" di diversi calibri insieme cospirano, mentre sto seduto su una sedia nel punto creduto (chissà con quale ingenuità) più sicuro, a produrre nella mia mente una specie di ebbrezza: mi pare di avere nella testa una massa dilatantesi sempre più contro un leggerissima involucro sempre più vicina a rompersi, mentre il frastuono, dopo una flessione, arriva al parossismo alle 10.15; viene a mancare la corrente. Cannonate a ripetizione alle 10.20, e fine del concerto alle 10.37: poi solo qualche raro colpo lontano. Quanto alla frequenza, l'anno scolastico 1974-75 è finito.
In Consolato apprendo la morte, stamane, del padre di un'alunna di quarta, uccisa da un soldato nella sua panetteria (varie ipotesi, in Consolato e fuori, del motivo; oltre alla panetteria in Asmara, aveva un'azienda agricola nel bassopiano). Apprendo anche il ferimento del marito di una nostra professoressa. Questa, dopo avere encomiabilmente collaborato con i colleghi e le colleghe, come lei con l'automobile, per il trasporto alle loro case di quella parte degli alunni rimasta nel Liceo. Era passata dall'ufficio del marito, secondo l'abitudine quando consentito dall'orario, e con lui arrivando a casa, il marito (di madre italiana ma di padre eritreo) stava per aprire la porta; in quel momento, da un autocarro di soldati che stava passand, era partita una raffica, colpendolo al braccia destro, e quei saldati ridevano, aveva riferito la consorte. Ora suo marito era all'Hospitem, l'ospedale italiano già dell'INPS, scritta ancora figurante sopra l'entrata. In esso, come seppi ancora, era ricoverato anche un mio ex-alunno, diplomato da qualche anno, ferito invece ieri sera; l'amico che era alla guida dell'auto su cui si trovava, non avendo inteso il "Kum!" (alt) di un soldato, non si era fermato, una raffica era stata la conseguenza.
Il mio ex-alunno era stato colpito al petto da due pallottole e un'altra gli aveva spezzata una gamba (trasferito in seguito all'ospedale di Addis Abeba e ivi operato: ma per la pallottola alla base dell'emitorace destro, di più difficile estrazione, è necessario il trasporto in Italia, che però avviene solo alcuni giorni dopo la prima operazione, l'11 febbraio: nonostante le sue condizioni serie anche se non eccessivamente preoccupanti, è bloccato anche lui dalle remore opposte dal governo ai profughi intanto arrivati da Asmara, per il timore di questi testimoni diretti della reale portata dei fatti, che provocano la fuga in massa degli stranieri, e che esso invece vorrebbe occultare). I casi dolorosi riferiti, con la morte di una persona e il ferimento di altre due, mentre toccano la comunità italiana di Asmara, interessano, come si vede, in vari modi anche il nostro Liceo. Ma quanti altri dolori, da ieri sera, in Asmara.Quanti cadaveri, se invece di girare a sinistra per tornare alla pensione, avessi girato a destra, avrei trovato, a poca distanza, su quella strada costeggiante il "Palazzo". Ma anche tra la popolazione, apprenderò in seguito, già in questa prima giornata i morti sono a decine. Pagano con la vita, inoltre, diversi guardiani che cercano di opporsi all'ingresso nei luoghi loro affidati di soldati predatori: notizia anch'essa di oggi, è stato ferito quello di un cotonificio (industria italiana di primaria importanza) e un portiere del CIAAO, un albergo della catena con tale sigla, è stato ucciso, intanto che sfasciato l'albergo. Agli italiani danneggiati non resta che sperare nel risarcimento da parte del nostro governo - ne ho veduti alcuni, che nelle vie ormai deserte facevano fotografare i loro negozi con le saracinesche ingobbite e divelte. Nei giorni seguenti, però, a dar man forte alla polizia contro il perpetuarsi di queste violenze alle persone e alle cose, affluiranno dai centri minori i "commandos" antiguerriglia; il giorno 4 sentirò voci di scontri già avvenuti e di cui è prevista la continuazione: "Staremo a vedere", conclude la mia nota in tale data.

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E per concludere quella prima giornata straordinaria nella vita di Asmara, spari intervallati vicino e qualche cannonata lontano (sono ancora in Consolato, dove resterò fino alle 15) riprendono dopo le undici e mezza; dalla pensione dove sono poi tornato registro una nuova sparatoria alle 17.40; dopo le 18, un paio di colpi di diversa forza precedono una serie di scoppi che comincia alle 18.25; ma dalle 18 Asmara è chiusa in casa (o presso la Cattedrale, anche in altre chiese, e istituzioni religiose, rifugio dei fuggiaschi da zone periferiche investite dai combattimenti) per anticipazione locale del coprifuoco alle 18.
Il 2 fuoco nutrito dalle 10.15; lo avverto dalla pensione: non era il caso di andare al Liceo; quanto al bidello, al quale avevo dato, nella pausa dopo le prime cannonate, un "arrivederci" troppo ottimistico, penso naturalmente che non ci sia andato; riprendo ad andare al "Martini" il giorno dopo, senza però vedere né lui né alcun altro del personale, già il 1° tutto assente tranne lui fino alla mia partenza per Addis Abeba il 14, dopo quella del corpo insegnante.
Dalla mia camera al piano superiore della pensione osservo caccia-bombardieri che passano in direzione sudovest: è il primo giorno di intervento dell'aviazione etiopica, che prende di mira qualsiasi assembramento, nelle immediate vicinanze della città, oltre a due villaggi a questa prossimi; mi accade di osservarli ancora l'indomani, sempre in quello spazio a nord-ovest; vicini tanto da poter nettamente distinguere, il giorno 2, sull'ala di uno di essi l'esplosione della carica di lancio e lo staccarsi del missile, prima del suo rapido sparire alla vista.
Ritiratisi i combattenti del Fronte dal centro, gli scontri continuano nella periferia settentrionale e in quella meridionale; i morti giacciono insepolti, tra le case abbandonate, né so dire quando si sia provveduto. Per noi vivi, già dal giorno 2 alcuni negozi riaprono: ci sono eccezioni, ma i prezzi salgono, la vendita è a esaurimento delle scorte (quelle però nei frigoriferi rimasti senza corrente sono inutilizzabili), ma non si formano code; ci sono invece davanti a magazzini, dove, si presume, si vende la dura e altri cereali di produzione locale, a prezzi inferiori. Nella difficoltà a trovare negozi di viveri aperti e ancora provvisti, si è grati del dono: la mattina del 3, uscito dalla pensione per recarmi, come ho già detto, al Liceo, mi accorgo mentre passo davanti alla Cattedrale che ho dimenticato le chiavi, e li c'è il parroco, che non mi lascia tornare a prenderle senza avermi fatto dare carne in scatola, biscotti e due bottiglie di latte; è poco, anche se gli ospiti della pensione non sono molti; ma, come diceva un contadino dalle mie parti, il poco si conta. E sono grato al barista italiano di mia conoscenza che (dopo essermi già felicemente rifornito di carne e patate al mercato) trovo il giorno dopo davanti al bar, chiuso, e che mi porta in casa sua poco distante, dove mi rifornisce con generosità del suo, facendomi pagare al prezzo di costo. Adesso non voglio dimenticare di dire che, mentre parlavo col parroco, un connazionale che passa in auto gli comunica: "Siamo tutti nazionalizzati", facendo seguire notizie sulla nazionalizzazione delle industrie. La conferma a "Radio-sera" delle 21.30 (equivalenti alle 19.30 in Italia) - siamo diventati tutti assidui ai notiziari italiani -, con la precisazione che le industrie nazionalizzate in Etiopia (di cui i combattenti del Fronte stanno dimostrando da presso di non voler far parte) sono 73.
Bimbi randagi (pochissimi) - annoto inoltre in questo giorno 3 - mendicano ancora nelle vie (cfr. la mia poesia "Bambini ad Asmara", rievocante il tempo prima della "guerra", in cui i bambini mendicanti erano molti), ma i mendicanti adulti sono più numerosi e assillanti. Dalle 23.50 del 3 alle 0.10 del 4 scoppi e poi mitraglia.
Per l'acqua andiamo bene, nella pensione: c'è un pozzo, nel cortile; rassicura vedere il padrone che, per rimetterlo in uso, vi cala una specie di larga e spessa pastiglia depurativa, così possiamo aspettare il ritorno del vitale elemento dai rubinetti; ritorno che avviene, gradualmente, tra il 6 e l'8. Per un professore del Liceo, e per la sua persona di servizio, nei giorni dell'attesa l'acqua a disposizione è stata quella della vasca da bagno, in cui stavano già immersi i panni da lavare, fortunatamente per loro non ancora a contatto con sapone o detersivi.

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17 Gennaio 2005
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