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Le mani nel cassetto del Chichingiolo
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Al Chichingiolo:
Mi trovo spesso a vedere le mie foto dei tempi della scuola ad Asmara e alcune di quelle che voi avete pubblicato nel vostro album. Mi trovavo a scambiare qualche opinione con l'amico Franco Consolo e non riusciamo a dare un nome a quei volti che pure ci appaiono così familiari e riconoscibili. Evidentemente difettiamo di memoria ma non di sentimento in quanto ci piacerebbe moltissimo poterli riconoscere uno per uno. Siamo arrivati alla conclusione che se si riuscisse a rintracciare qualche insegnante di allora, benché molto anziano, si potrebbe accedere a qualche elenco di docenti e di alunni di quel periodo. Lanciamo un appello ai professori perché si facciano vivi e ci diano una mano a ricucire il passato. Per dei maghi del Web quali voi siete non sarà forse impossibile. Ho pensato di farvi leggere alcune pagine piuttosto leggere che parlano di una colonia estiva intorno agli anni 50 cui ha partecipato il sottoscritto con alcuni familiari e conoscenti, con età variabile dai 6 ai 12 anni, che segna forse un confine tra il mondo di ieri e quello di oggi.
Ringrazio e saluto calorosamente.
Lorenzo Barone - Roma


LA COLONIA ESTIVA
di Lorenzo Barone
 

Uno dei ricordi più vivi che ho dell'Africa è un soggiorno in una colonia estiva che facemmo io e mia sorella quando avevo otto anni e lei ne aveva sei. Quell'estate i miei genitori decisero di mandarci in una colonia estiva che si trovava a Massaua, la città di mare più vicina ad Asmara e porto principale dell'Eritrea. Io non avevo mai visto il mare e per questa ragione quel viaggio aveva un fascino tutto particolare. Con noi vennero anche i figli del fratello di mia madre Enrico e cioè Annangela che aveva un anno più di me, Mariarosa che aveva la mia età e Gianni che era il più piccolo della compagnia, avendo circa cinque anni. Il viaggio che facemmo in corriera, fu per noi la scoperta di un mondo nuovo, dato che attraversammo le montagne dell'altipiano eritreo per scendere, dopo circa cento chilometri, fino al livello del mare. La strada era stretta e piena di curve e devo dire per niente rassicurante con le sue ripide discese, le curve a gomito e gli strapiombi che si aprivano davanti ai nostri occhi che, solo a guardarli mettevano in noi una certa ansia, considerato anche il fatto che non vi erano protezioni ai lati della strada se non qualche muretto nelle curve più pericolose che non dava certo garanzie di tenuta per un mezzo grande come il nostro. Tuttavia il nostro entusiasmo era tale che superammo facilmente i primi timori e ci fu subito chi organizzò dei cori per farci trascorrere in allegria le ore del viaggio, che erano all'incirca tre.
Al nostro arrivo a Massaua, fummo portati nella struttura che doveva ospitarci, che era un misto di muratura e legno ed era costituita da un edificio a due piani a diretto contatto con il mare, che si trovava al di là del cortile del nostro soggiorno. La costruzione non era recente ma abbastanza funzionale, avendo al piano terra i refettori e le docce, nonché le cucine, e al piano superiore i dormitori con relativi bagni.
Le brande erano piuttosto sobrie ed erano costituite da reti con relativo telaio in ferro che erano agganciate a due file di tubi che percorrevano tutto il lato maggiore dello stanzone in cui dormivamo. Debbo dire che la prima impressione al nostro arrivo non fu del tutto positiva dato che si trattava di un ambiente di tipo militare, molto diverso da quello familiare cui eravamo abituati e ci volle un po' di tempo per abituarci alla nostra nuova dimora, ma la nostra giovinezza e la compagnia allegra in cui ci trovavamo contribuirono a metterci presto a nostro agio. Inutile dire che in poco tempo facemmo amicizia con i nuovi compagni ospiti della colonia e ad alcuni di essi furono ben presto affibbiati dei soprannomi che mettevano in risalto le loro caratteristiche fisiche e caratteriali. In particolare un ragazzo piuttosto grassottello fu subito etichettato col nome di Ciccio, col quale venne sempre chiamato, ignorando il suo vero nome. Come già detto, il mare era ai margini del nostro cortile, ma si trovava almeno un paio di metri al di sotto di esso per cui non era possibile immergersi. Per fare il bagno venivamo accompagnati in una spiaggetta distante due o trecento metri alla quale si arrivava percorrendo un sentiero parallelo al mare.
A capo del personale di servizio della colonia vi era una donna di corporatura enorme, che si chiamava Mafalda, la quale doveva diventare ben presto famosa per la sua severità e per le spiccate simpatie verso il regime che ne caratterizzavano ogni suo atteggiamento. Fin dall'inizio ci inquadrò come se fossimo dei soldati e, quando ci recavamo alla spiaggia, marciavamo in fila perfettamente allineati. Lei aveva un fischietto che usava per richiamare la nostra attenzione e, fin dall'inizio, ci spiegò che quando sentivamo il suo fischio dovevamo accorrere immediatamente, qualunque cosa stessimo facendo in quel momento. Ci fece imparare delle canzoni di ispirazione fascista tipo 'Faccetta nera' e altre che cantavamo senza stonare altrimenti venivamo severamente ripresi. Le premesse, come si può ben capire, non ci davano l'idea che noi fossimo lì per trascorrere un periodo spensierato di vera vacanza ma di un qualcosa che stava a metà tra la scuola e la vacanza, come se fosse un periodo di addestramento di tipo prebellico e, devo dire, la cosa non ci rassicurava molto. Del resto noi eravamo nati in un periodo in cui della precedente guerra non erano rimasti se non i ricordi dei nostri genitori e non potevamo capire e giustificare degli atteggiamenti del personale che erano frutto di esperienze dure e anche dolorose che loro avevano vissuto e che avevano lasciato una profonda traccia nel loro modo di essere e di rapportarsi agli altri. Ma, devo dire, i giovani hanno in dono dalla natura una grande duttilità e vitalità che permette loro di adattarsi ad ogni situazione facendo sempre prevalere le cose più positive di ogni situazione e trovare un lato comico delle cose la dove forse un adulto farebbe molta più fatica a venirne fuori. D'altra parte noi ragazzi venivamo da famiglie di tipo tradizionale dove, bene o male, c'era sempre un'autorità costituita da rispettare e in particolare per me che ero abituato ai rimproveri quasi quotidiani e alle pene corporali abbastanza frequenti lì forse andavo a migliorare, dato che almeno le pene corporali mi sarebbero state risparmiate. Naturalmente io e le mie cugine più grandi ci adoperavamo per seguire da vicino mia sorella Tina e il cuginetto Gianni che erano alquanto più sprovveduti di noi e facevamo loro da genitori, devo dire anche con grande senso di responsabilità che forse ha contribuito anche molto a maturare noi stessi.
Inutile dire che serpeggiava tra noi ragazzi una repressa antipatia per la signora Mafalda la quale, per sua disgrazia, oltre ad avere un brutto carattere era anche brutta e grassa come dire: pioveva sul bagnato, ed io, fin da allora mi ritrovai a considerare come del resto faccio oggi, come certe donne che non hanno avuto dalla natura il dono della bellezza non cerchino in qualche modo di compensare questa loro mancanza con delle maniere gentili ed educate che le renderebbero molto più accettabili agli altri. Quasi certamente in molti casi un fisico non gradevole porta queste persone ad avere molte delusioni, in primo luogo penso nei rapporti con l'altro sesso e queste a loro volta non fanno che peggiorare la loro disponibilità verso gli altri innescando per così dire una specie di circolo vizioso assai nocivo per loro stesse e per gli altri e queste considerazioni calzavano perfettamente, devo dire, nel caso della nostra tutrice Mafalda.
I momenti migliori per noi erano quelli del bagno, in cui potevamo lasciarci andare ai nostri giochi nell'acqua anche perché eravamo sorvegliati da assistenti più giovani che ci lasciavano una certa libertà e quello del pasto in cui potevamo scherzare tra noi e soddisfare il nostro appetito che era tanto, dato il moto che facevamo e la vita all'aria aperta.
La sera, all'ora di andare a dormire, ci assaliva un po' di malinconia e il pensiero dei genitori lontani, tanto più che non avevamo nessuna possibilità di comunicare con loro, ma il sonno ci coglieva quasi di sorpresa, come un velo bianco sulle nostre menti, impedendoci di sentire troppo la nostalgia delle mura domestiche.
Quando non ci recavamo alla spiaggia, potevamo giocare nel grande cortile del nostro soggiorno e, generalmente, facevamo delle accanite partite a pallone. Fu proprio durante una di queste partite a pallone che accadde un episodio che ci fece stare per qualche ora con il fiato sospeso, facendoci capire quanto il mare fosse pericoloso oltre che bello e divertente. Durante una delle nostre partite di calcio infatti il pallone superò la rete di cinta e finì in acqua e prima che uno di noi riuscisse ad afferrarlo o tirarlo a riva con l'uso di una canna, cominciò ad allontanarsi rapidamente spinto dalla corrente che lo portava verso il largo. L'acqua era piuttosto profonda e nessuno ebbe il coraggio di gettarsi a nuoto per raggiungerlo. Fu avvertito allora un custode di colore, di nome Seium, che lavorava nella colonia affinché ci aiutasse a recuperare la palla. Questi pensò allora di raggiungerla servendosi di una piccola imbarcazione che era legata al vicino molo, procedendo a remi. Quando lui partì il pallone era già abbastanza lontano e si avvicinava al relitto di una nave che giaceva a circa trecento metri dalla riva. Raggiungere il pallone non fu difficile per il nostro amico Seium. Il recupero del pallone fu salutato con un grido di gioia da parte di tutti noi. Il difficile per il custode si doveva dimostrare il ritorno a riva in quanto le forti correnti tendevano a spingere la barca verso il largo e il suo remare affannoso serviva solo a frenarne la deriva ma non certo ad avvicinarsi al nostro villaggio. Seguirono momenti di grande tensione tra di noi e tra il personale di custodia. Il poveretto annaspava inutilmente remando quanto più poteva ma senza sortire alcun risultato. La barca si allontanava sempre più e, dato che la sera incombeva, la cosa si faceva moto preoccupante. Fu a questo punto che una delle nostre assistenti, resasi conto che non c'era tempo da perdere , decise di recarsi al vicino porto per avvertire una motovedetta di servizio affinché corressero in suo soccorso. Dopo non molto tempo vedemmo partire la motovedetta che si recava a soccorrere il malcapitato che era ormai un puntino nell'orizzonte appena visibile. Fu raggiunto in breve tempo dal mezzo di servizio e agganciato con una fune che lo rimorchiò fino a pochi metri da noi. Inutile dire che quando mise piede sulla terraferma scoppiò un lungo applauso per i marinai che lo avevano soccorso e gridi di gioia da parte nostra che avevamo molta simpatia per quell'uomo modesto ma sempre gentile e premuroso con noi. Non era difficile intravedere sul volto dell'uomo i segni della fatica che aveva fatto per remare e al contempo della paura che aveva provato e penso che in seguito si sia guardato bene dall'avventurarsi in mare in quel punto così insidioso e pieno di correnti. Inutile dire che, come misura cautelare, ci fu impedito da allora di giocare a pallone nel cortile, sostituendo quel gioco con altri come il salto della corda, moscacieca, nascondino eccetera.
Nonostante la nostra giovane età eravamo piuttosto maliziosi e non era raro il caso in cui qualcuno di noi cercasse di spiare le femminucce quando si facevano la doccia al piano terra o le nostre assistenti che erano piuttosto giovani e bellocce. Accadde così che una sera, mentre il nostro amico Ciccio si apprestava a spiare dal buco della serratura la nostra custode che si era recata in bagno, questa uscendo all'improvviso e trovatolo chinato di fronte alla porta in atteggiamento inequivocabile, gli assestò un sonoro ceffone, che mentre fu un monito per noi, non poté frenare l'ilarità e la derisione nei confronti del maldestro amichetto. Per alcuni di noi la lezione non fu sufficiente a scoraggiarne le iniziative e la curiosità morbosa e, come misura precauzionale, furono studiati mezzi più sofisticati e ingegnosi per raggiungere lo scopo. Io non potei fare a meno di osservare come già a quell'età si delineavano delle nette differenze tra di noi e come mentre alcuni pensavano solo al gioco, altri cominciavano già a interessarsi dell'altro sesso e a questo contribuiva oltre che la diversa maturità fisica e psicologica di ciascuno di noi anche le esperienze avute in precedenza e l'ambiente in cui avevano vissuto.
Naturalmente, tra di noi, si facevano spesso degli scherzi, ed alcuni amici erano particolarmente bersagliati, un po' come accade nelle caserme dei soldati. Uno degli scherzi che ricordo di più lo facemmo ai danni del nostro amico Ciccio, il quale per il suo carattere e per il modo di fare si prestava particolarmente come vittima di queste trovate. Le brande sulle quali dormivamo erano appoggiate alle estremità su due file di tubi che correvano lungo tutta la camerata e avevano dei ganci che andavano ad appoggiarsi nei tubi di ferro in maniera abbastanza sicura. La nostra idea fu quella di spostare la branda del malcapitato facendo in modo che il gancio non andasse ad abbracciare il tubo ma fosse appoggiato sulla parte curva dello stesso, in un equilibrio molto precario, prevedendo che bastasse un minimo movimento per far cadere a terra la branda. Fu così che la sera, all'ora di andare a letto, mentre in prossimità della nostra colonia stava passando un aereo che volava piuttosto basso a giudicare dal rumore che facevano i suoi motori, mentre il nostro amico si accingeva a coricarsi, il letto rovinò a terra e, siccome il pavimento era costituito da assi di legno, il rumore fu percepito dalle persone che si trovavano al piano terra, le quali ebbero l'impressione che l'aereo che stava passando avesse urtato il tetto della nostra abitazione. Ne conseguì un via vai concitato di persone che si precipitarono a vedere cosa fosse successo, e inutile dirlo, furono individuati i responsabili dello scherzetto, ai quali fu comminata una pena che non ricordo, ma che doveva essere adeguata alla circostanza.
Il nostro soggiorno però doveva riservarci una amara sorpresa perché, dopo una decina di giorni che ci trovavamo a Massaua, scoppiò nella nostra colonia una epidemia di morbillo di così vaste proporzioni che fummo costretti a interrompere la nostra vacanza. Alcuni di noi furono portati nell'ospedale del posto, mentre quelli che non avevano contratto la malattia, tra i quali anche io, furono caricati su un autobus che ci riportò a casa. Il viaggio di ritorno fu per me alquanto triste, in quanto non c'era con me mia sorella, che era stata ricoverata in ospedale. Qui lei rimase praticamente da sola in quanto i genitori, non so bene per quale motivo, non poterono andare a trovarla. Per lei fu un vero e proprio trauma trovarsi in ospedale da sola, e questo episodio fu motivo per lei di paura e di insicurezza per molto tempo, tanto che anche da grande ne parlava con angoscia, tanto più che in quei momenti deve aver avuto il timore di non vedere più la sua famiglia, non avendo l'età sufficiente per fare un ragionamento razionale. Quando fu possibile i ragazzi malati furono riportati a casa, con grande sollievo dei loro genitori. Comunque, parlando col custode del soggiorno, venni a sapere che anche i ragazzi dello scaglione precedente al nostro erano stati ricoverati, quella volta per una infezione intestinale, e questo probabilmente in quanto le condizioni ambientali e il sistema di trattamento dei cibi non garantivano le condizioni igieniche che sarebbero state richieste per una simile attività. Del resto i mezzi di allora erano scarsi e mancavano anche molti prodotti igienici e sanitari che oggi si usano a presidio degli ambienti, e quindi era facile incorrere in questi episodi.
Tuttavia mi rimase il ricordo dei bei giorni trascorsi in compagnia di tanti amici e, soprattutto, la visione del mare che dovevo poi rinnovare nel 1953, quando tornai a Massaua con la mia famiglia per imbarcarci nel piroscafo che doveva riportarci in Italia.

20 Luglio 2008

IL VIAGGIO A CHEREN
di Lorenzo Barone
 

Uno dei pochissimi viaggi che feci in Africa fu quello che ricordo anche con più piacere. Questo viaggio non era stato programmato dai miei genitori ma fu una occasione che si presentò a me e mia sorella in quanto fummo invitati da conoscenti di famiglia. Mia madre in particolare era molto amica della signora Migliorini, che oltre a essere una donna molto dinamica e di carattere, era spesso dedita a lavori di cucito e ricamo e mia madre, ogni qualvolta doveva tagliare e cucire un vestito, si recava dalla signora, la quale era prodiga di consigli su come certi capi andavano tagliati e cuciti oltre che sulla scelta del tipo di tessuto e dei colori non difettando di un certo raffinato buon gusto che le proveniva forse dalla famiglia di origine o da esperienze fatte in gioventù in questo settore.
La figlia di questa signora, di nome Adriana, che aveva ereditato la raffinatezza e il carattere fermo della madre, aveva sposato un uomo di nome Eriquez, il quale era di carattere molto disponibile e gentile, diciamo un vero signore, ed aveva molta simpatia per me e mia sorella. Quando penso a lui lo collego all'attore Clark Gable del film Via col Vento, un po' per il modo calmo e ironico di fare e un po' per una certa somiglianza fisica, con il suddetto attore. Non avendo avuto figli, penso che avessero piacere di stare con dei bambini e, forse per questo motivo, un giorno chiesero il permesso di portarci con loro a visitare una concessione agricola che si trovava a Cheren, dove probabilmente loro avevano delle conoscenze. La città in questione poteva distare una settantina di chilometri da Asmara in una direzione parallela al litorale del mar Rosso.
I due coniugi possedevano una bella vettura che credo fosse una Augusta, di colore nero, con la quale si viaggiava abbastanza comodamente.
Per noi ragazzi era una grande emozione affrontare quel viaggio, allontanandoci per la prima volta dalla nostra città e tutto ci sembrava nuovo e straordinario. Quando giungemmo a destinazione, ci trovammo, con nostro grande stupore, in una specie di paradiso terrestre, che ci fece restare senza fiato. La vegetazione era talmente florida che ci sembrava di stare in una foresta, con la differenza che tutti gli alberi erano da frutta e coltivati appositamente. Gli alberi più grandi erano quelli di cocco e i loro frutti, del diametro di un pallone di calcio, facevano mostra di sé a notevole altezza. Sotto queste piante fioriva un sottobosco che era costituito, in ordine di altezza, da piante di banane, i cui caschi enormi, formati da centinaia di frutti, pendevano pesantemente dai rami, dandoci una sensazione di meraviglia indescrivibile. Più sotto vi erano piante di papaie coi loro frutti arancioni maturi, che spandevano il loro profumo in tutta la piantagione. Non ricordo quanto fosse grande quella concessione ma penso parecchi ettari, perché vi erano presenti tutti gli alberi della frutta che io conoscevo, come i Mangus, gli Zaitù, gli Annoni, i Datteri ecc. La più grande soddisfazione per noi fu quella di poter assaggiare varie qualità di frutta appena raccolta dalla pianta, e questo oltre che accrescerne la gradevolezza in quanto rappresentava un bene che la natura ci offriva direttamente, dovevamo constatare che il profumo e il sapore erano nettamente superiori a quelli della frutta acquistata nei mercati della città.
Verso il tardo pomeriggio di quella meravigliosa giornata, dovemmo prendere la via del ritorno, con nostro grande rammarico. Durante il viaggio scoppiò un violento temporale, che seguiva altre piogge già cadute nei giorni precedenti e, giunti in prossimità di un torrente che si era gonfiato all'improvviso, ci accorgemmo che l'acqua era arrivata al livello del ponticello che dovevamo attraversare. L'acqua scorreva con grande impeto e, nel suo percorso, trascinava con se detriti di ogni genere e tronchi che raccoglieva lungo le sponde che attraversava. Vi erano davanti a noi altre due macchine che si erano fermate nell'incertezza di poter attraversare il ponte, che, a quel punto, sembrava non dare molte garanzie di tenuta, visto che era quasi del tutto coperto dall'acqua. Scesi dalle macchine e osservata attentamente la situazione, dopo un concitato dialogo tra noi e gli altri automobilisti, si decise di attraversare il ponte in tutta fretta, anche perché più si aspettava e più la situazione diventava pericolosa. D'altronde eravamo spaventati anche dall'idea di non poter attraversare il torrente e quindi rimanere bloccati sul posto, non sapendo poi come e dove trascorrere la notte.
Decidemmo quindi di passare e lo facemmo un mezzo dopo l'altro in rapida successione. Giunti sulla sponda opposta, tirammo un grande sospiro di sollievo. Ci fermammo per dare un'occhiata alla situazione che diventava sempre più critica. L'acqua investiva le spalle del ponte e lo aggrediva con un volume crescente che ne copriva la parte superiore e la carreggiata che era ormai sommersa. Dopo appena qualche minuto vedemmo il ponte sbriciolarsi sotto la spinta poderosa dei flutti e trascinato a valle come tutto il resto. In quel momento ci rendemmo conto del pericolo che avevamo corso e fummo colti da un brivido che era un misto di stupore e di spavento, immaginando che fine avremmo fatto se solo avessimo ritardato di qualche minuto l'attraversamento. Sicuramente non avremmo avuto scampo vista anche la mancanza sul posto di personale o di mezzi di soccorso, che potessero intervenire. Non potei fare a meno di considerare come ognuno di noi ha un destino che lo accompagna durante il suo percorso di vita e, tenuto conto che già in altre occasioni avevo corso qualche serio pericolo, mi convinsi che forse accanto a me era presente un angelo custode che interveniva al momento opportuno per evitarmi il peggio. Questo episodio fu naturalmente oggetto di discussione con le persone protagoniste, per diverso tempo, e fu di monito a tutti noi nel temere e rispettare le forze della natura quando si scatenano, ed agire in modo da prevenire certe situazioni in un territorio in cui le protezioni erano decisamente scarse.
Queste considerazioni dovettero ripetersi tali e quali quando, nel viaggio verso Massaua del 1953, la littorina sulla quale viaggiavamo, alcuni chilometri dopo Asmara, uscì fuori dai binari rimanendo inclinata, ma non rovesciandosi, per nostra buona sorte. [Vedi foto qui sopra. n.d.C.] Se la cosa fosse successa su un viadotto o in un punto in cui si sfiorava il baratro, le cose potevano andare molto peggio. Anche li dovemmo ringraziare la nostra buona sorte, che, sebbene non ci avesse risparmiato un notevole spavento, almeno ha protetto le nostre vite.

11 Agosto 2008

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